Gorizia e Aurelio Baruzzi

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Ci sono nomi di città persi nella topografia, resi anonimi dalle distanze o dall’irrilevanza. Altri, passati di bocca in bocca per mesi e per anni, hanno cessato di evocare qualcosa per le generazioni più recenti. Sono tornati punti su una carta geografica, presso i quali, talvolta, si passa distratti. Esattamente cento anni fa, la piccola città di Gorizia era nella mente e nei cuori di tutti gli italiani.

Nessuno poteva ignorarne l’esistenza. Un intero esercito, da oltre un anno, era schierato per conquistarla. Ma non ci riusciva, nonostante l’enorme sforzo in uomini e materiali. Ma l’8 agosto 1916, un sottotenentino di vent’anni, piccolo e magro, s’infilò con pochi soldati in una galleria presso la ferrovia, e riuscì a far arrendere gli austriaci che, esausti, difendevano quell’avamposto. Era di Lugo di Romagna e si chiamava Aurelio Baruzzi. Il tricolore sventolò sulle macerie. Per l’Italia, fu un giorno di festa immensa, nonostante le migliaia e migliaia di morti.

Il giorno passò. Gli austriaci avevano spostato la linea difensiva qualche chilometro più a est. Gorizia era stata liberata: e allora? Era finita la guerra? Si combatteva forse per Gorizia? Ovviamente no. Alla sesta battaglia dell’Isonzo seguì la settimana, secondo un tragico rituale. E altre ancora. La verità era che ci si massacrava senza sapere perché, senza conoscere l’obiettivo finale. E Gorizia, la piccola Gorizia, città contesa e martoriata, divenne prima retrovia, poi tornò un punto sulla carta geografica. La sua faticosa liberazione aveva svelato il non senso della Grande Guerra.

Roberto Balzani

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Roberto Balzani, nato a Forlì il 21 agosto 1961, è uno storico, saggista e politico italiano. È professore ordinario di storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Università degli Studi di Bologna. È stato sindaco di Forlì, dal 2009 al 2014 è professore ordinario di Storia contemporanea alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell'Università di Bologna (sede di Ravenna), della quale è stato preside fra il 2008 e il 2009. Ricercatore in Storia contemporanea alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze dal 1992, è divenuto poi professore associato alla Facoltà di Conservazione dei beni culturali dell’Università di Bologna e quindi professore ordinario. Fra i suoi interessi più recenti, la storia del regionalismo e del patrimonio culturale, cui ha dedicato diversi saggi, collaborando alle iniziative promosse alla Scuola Normale Superiore di Pisa da Salvatore Settis. Fra il 1992 e il 1996 ha fatto parte del consiglio d’amministrazione della Fondazione “Spadolini – Nuova Antologia” di Firenze. E’ stato a lungo componente del consiglio direttivo della Società di Studi Romagnoli, dell’Istituzione Biblioteca Malatestiana di Cesena e dell’Ibc Emilia-Romagna. Fra le principali pubblicazioni da menzionare la ricostruzione del regionalismo culturale romagnolo fra ‘800 e ‘900 (La Romagna, Bologna, 2001, ristampata con un nuovo capitolo nel 2012); inoltre, la sintesi Storia del mondo contemporaneo, Milano, 2003 (con Alberto De Bernardi), la ricerca di storia dei beni culturali Per le antichità e le belle arti. La legge n. 364 del 20 giugno 1909 e l’Italia giolittiana (Bologna, 2003) e la cura dei Discorsi parlamentari di Carducci (Bologna, 2004). Con Angelo Varni è curatore de La Romagna nel Risorgimento (Roma-Bari, 2012). Alla sua esperienza di amministratore è dedicato il pamphlet: "Cinque anni di solitudine. Memorie inutili di un sindaco" (Bologna, 2012). E’ autore di diversi manuali di storia per le Scuole medie e i Licei.