si referendum trivellazioni in mare

Una critica nobile al referendum del 17 aprile sulle estrazioni di idrocarburi in mare riguarda il cosiddetto effetto nimby (letteralmente: non nel mio cortile). Appare naturale che alla sospensione delle estrazioni di gas e petrolio nel nostro mare, corrisponda un aumento delle importazioni. Ovvero si teme che la conseguenza del SI sia lo spostamento delle piattaforme “lontano dagli occhi e dal cuore”; uno spostamento i cui vantaggi sono oggettivamente inesistenti, viste le condizioni socio-economiche dei paesi produttori e gli impatti ambientali del trasporto dei combustibili.

In realtà, i numeri ci dicono che è vero l’opposto. È possibile sospendere le estrazioni di gas e petrolio dal mare senza aumentare le importazioni, anzi riducendole.
La figura 1 mostra una sintesi delle relazioni annuali sullo stato dei servizi dell’Autorità per l’energia il gas e il sistema idrico (AEEGSI) relativi agli anni 2006 e 2014, vedere qui. Il bilancio energetico riporta i dati di produzione di energia per tutti gli usi finali: trasporto, attività produttive, energia elettrica.
Negli ultimi anni, la produzione di energia si è sensibilmente ridotta, e in particolare, si è ridotto il consumo di idrocarburi (gas e petrolio) per effetto della riduzione dei consumi (causata dal risparmio energetico e dall’aumento di efficienza dei processi produttivi) e per l’aumento delle rinnovabili. I bilanci energetici sono espressi in milioni di tonnellate equivalenti di petrolio (Mtep).

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Figura 1 – Bilancio energetico nazionale. Produzione di energia primaria, anni 2006 e 2014 (Elaborazione su Fonte AEEGSI).
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Figura 2 – Variazioni delle componenti di energia primaria nel periodo 2006-2014 (Elaborazione su Fonte AEEGSI).

La figura 2 mostra le variazioni nel periodo 2006-2014: le rinnovabili sono quasi triplicate, mentre il consumo di idrocarburi si è ridotto di quasi un terzo. I consumi complessivi si sono ridotti di quasi il 20%, passando da 145 a 120 Mtep. La riduzione dei consumi è causata da molteplici fattori: la crisi della produzione industriale, -8,7 punti tra il 2010 e il 2014, vedere qui, e anche per la riduzione dell’intensità energetica, quantità di energia che serve per produrre un unità di prodotto interno lordo (PIL), ovvero per la riduzione dei consumi e l’aumento dell’efficienza energetica delle attività produttive. L’intensità energetica (parte elettrica) in Italia si è ridotta tra il 2006 e il 2014 di oltre 5 punti (vedere figura 1.21 del rapporto AEEGSI 2015). I consumi finali si ottengono sottraendo alla produzione totale di energia le perdite e le esportazioni, due fattori molto rilevanti; le perdite e le esportazioni sono rispettivamente pari al 24% e al 12% della produzione.
La figura riporta anche il dato sulle esportazioni di energia; le esportazioni sono superiori alla produzione interna, quindi sarebbe teoricamente possibile sospendere la produzione interna, senza aumentare le importazioni. Inoltre, le quote di produzione nazionale in mare sono inferiori, pari circa al 65% per il gas e al 13,7% nel 2015, in base ai dati forniti dal Ministero dello Sviluppo Economico, vedere qui.

Le forme di energia sono diverse, e non si possono scambiare facilmente esportazioni e produzioni, tuttavia, in questo quadro, si può facilmente immaginare per il 2020 lo scenario riportato in figura 3, che prevede l’annullamento di tutte le produzioni nazionali, un piccolo aumento di quota di rinnovabili e una riduzione dei consumi, per effetto di politiche di risparmio, e una riduzione (non un aumento) delle importazione di idrocarburi, le variazioni sono riportate in figura 4. Si assume che sia possibile ridurre ulteriormente i consumi finali, agendo sulle perdite, ovvero sulla rete elettrica, che deve essere adeguata anche per le caratteristiche delle fonti rinnovabili, che non possono essere “interrotte” e regolate sulla base della domanda; e sui consumi domestici. Questi ultimi tra il 2006 e il 2014 sono rimasti pressoché costanti intorno a 45 Mtep, vi è quindi ampio margine di miglioramento.

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Figura 3 – Bilancio energetico nazionale. Produzione di energia primaria, anni 2006, 2014 e 2020 (stima).
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Figura 4 – Variazioni delle componenti di energia primaria nel periodo 2014-2020.

Lo scenario al 2020 dovrebbe essere l’obiettivo delle politiche strategiche nazionali, in coerenza con gli obiettivi di Parigi, e un’opportunità per promuovere investimenti privati nei settori legati al risparmio energetico, ovvero riqualificazione degli edifici e delle attività produttive, e nel settore delle rinnovabili. Una grande opportunità anche dal punto di vista sociale. I dati sull’occupazione mostrano che gli occupati del settore rinnovabili sono già superiori a quelli dell’oil&gas, settore destinato a ulteriori riduzioni per effetto dei costi del petrolio e degli accordi sul clima, vedere qui.
In base alle stime del comitato scientifico internazionale sul clima, figura 5, vedere qui, lo scenario al 2020 di figura 3, produrrebbe una riduzione di oltre il 25% delle emissioni climalteranti.

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Figura 5 – Emissioni climalteranti per tipologia di combustibile nel settore energetico, considerando un’analisi di ciclo di vita degli impianti (Fonte IPCC, figura SPM.8).

Ecco, questo è un esempio della strategia energetica rinnovabile che chiede chi sostiene il SI al referendum. Una chiara opportunità dal punto di vista economico, sociale e ambientale.