si referendum trivellazioni in mare

Riceviamo, e vista la lunga e argomentata disamina, volentieri pubblichiamo:

Ti spiego perché io voterò Sì: risposta di una cittadina libera e pensante a Michela Costa, geologa disoccupata che invita all’astensione o a votare No.
Link della lettera aperta di Michela Costa https://www.facebook.com/notes/michela-costa/referendum-trivelle-ecco-perch%C3%A9-io-non-andr%C3%B2-a-votare/952121794825429

Gentile Michela Costa,
aver letto la tua riflessione mi ha lasciata davvero con l’amaro in bocca. Mi permetto di spiegarti il perché, con la consapevolezza della non esaustività delle mie risposte. Ho infatti letto altre risposte al tuo post molto più esaustive e tecniche della mia. Io ti rispondo da cittadina a cittadina.
Apri il tuo scritto facendo riferimento a degenerazioni e strumentalizzazioni comunicative per poi puntare i riflettori su Greenpeace. Tutti i cittadini liberi e pensanti che vivono da attivisti in favore dei diritti umani sono sicura la pensino come te sulle campagne pubblicitarie contro le quali punti il dito, tranne che su quelle ideate e diffuse da Greenpeace. Scegliere un “povero gabbiano tutto sudicio di petrolio che tenta disperatamente di aprire le ali” significa mostrare ciò che in realtà è già accaduto in numerose parti del mondo in seguito a gravi disastri ambientali legati a piattaforme petrolifere come l’esplosione di Deepwater Horizon nel Golfo del Messico. Non è una comunicazione fallace né offensiva, ma realistica. Tra l’altro poi, visitando il sito ed i social di Greenpeace non mi sembra sia l’immagine da te evocata a primeggiare fra le altre, anzi.
La parola ambientalista, come da dizionario Treccani, significa “chi, o che, si occupa di problemi ambientali o afferma la necessità della difesa ecologica dell’ambiente soprattutto contro i fattori e i comportamenti che ne provocano l’inquinamento” senza alcun significato “estremista spesso privo di qualsiasi tipo di raziocinio come da te” così come da te affermato. Quando si è a favore di energie rinnovabili e contrari all’uso di quelle esauribili ed inquinanti lo si è in modo deciso e motivato.
Prima di analizzare i motivi del tuo sperare non venga raggiunto il quorum perché a tuo dire sarebbe la motivazione più sostenibile, “tralasci” in modo alquanto bizzarro le motivazioni occupazionali ed economiche.
Bizzarro perché chiarisci, anche se fra parentesi, che “in caso di vittoria del Sì circa settemila lavoratori impiegati nel settore perderebbero il posto di lavoro” e che “dismettere gli impianti prima del tempo significa chiaramente un costo enorme per le spese di ammortamento, perché vuol dire non usare quell’impianto per l’intera vita operativa per cui era stato progettato”. Il ricatto occupazionale, usato nel caso italiano più emblematico, l’ILVA di Taranto, non può e non deve essere la base sulla quale impostare un ragionamento che porti a sposare l’una o l’altra politica energetica per una comunità. Ma sono le prospettive di qualità legate a lavoro e vita a dover essere valutate. Credo sia universalmente riconosciuto che lavorare in settori ecologicamente compatibili comporti meno rischi per l’uomo così come vivere in un territorio privo di impianti eco impattanti ed inquinanti assicuri salute e benessere alle comunità. Ma a prescindere da tali banali premesse, mi preme ricordarti che un’eventuale vittoria del “Sì” non farebbe perdere alcun posto di lavoro. Un esito positivo del referendum non farebbe cessare immediatamente, ma solo progressivamente, ogni attività petrolifera in corso.
Prima che il Parlamento introducesse la norma sulla quale gli italiani sono chiamati alle urne il prossimo 17 aprile, le concessioni per estrarre avevano normalmente una durata di trenta anni (più altri venti, al massimo, di proroga). E questo ogni società petrolifera lo sapeva al momento del rilascio della concessione. Oggi, di fatto, non è più così: se una società petrolifera ha ottenuto una concessione nel 1996 può – in virtù di quella norma – estrarre fino a quando lo desideri. Se, invece, al referendum vincerà il “Sì”, la società petrolifera che ha ottenuto una concessione nel 1996 potrà estrarre per dieci anni ancora e basta, e cioè fino al 2026. Dopodiché quello specifico tratto di mare interessato dall’estrazione sarà libero per sempre.
Nel frattempo un governo responsabile, lungimirante e attento ai diritti umani dovrebbe impegnarsi a valutare, progettare ed attuare in stretta collaborazione con comunità scientifica, enti locali e cittadini una differente politica energetica, legando ad essa altre scelte come quelle inerenti il sistema della mobilità e dell’edilizia. Hai idea di quanti posti di lavoro potrebbero essere creati in questo modo?
La dismissione degli impianti poi avverrebbe entro i tempi previsti al momento del rilascio della concessione e non “prima del tempo” come da te scritto, sarebbe a spese delle compagnie petrolifere (che dovrebbero aver calcolato i costi di ammortamento in base agli anni di concessione ricevuti al momento del rilascio) e soprattutto necessiterebbe di forza lavoro, perciò la catastrofe occupazionale da te prospettata mi sembra alquanto irreale.
Grazie ai dati forniti da Stefano Alì, invito a valutare la cifra dei “7000 posti di lavoro che andrebbero persi in caso di vittoria del Sì” da te chiamata in causa.
L’intero maxi progetto “Ombrina mare” (in Abruzzo), se portato a termine, produrrebbe solo 24 posti di lavoro, mentre la Basilicata, in quanto Texas d’Italia, è la regione a più alto tasso di disoccupazione.
Dopo aver visto il tasso di occupazione delle concessioni, vediamo se un “conto della serva” torna utile per eliminare definitivamente l’argomento.
In atto ci sono 92 concessioni in mare entro le 12 miglia. Di queste solo 48 erogano prodotto. Le altre sono non operative (8), non eroganti (31) o di solo supporto alla produzione (5).
Da qui alla fine del 2017 andrebbero in scadenza le concessioni per Cervia A (Romagna, settembre 2016), Morena 1 (Romagna, non erogante, gennaio 2017), Luna 27 (Calabria, non erogante), Giulia 1 (Romagna, non erogante) e Regina (Romagna), queste tre con scadenza maggio 2017. Poi ci sono Arianna A Cluster (Romagna, agosto 2017) e Gela 1 (Sicilia, agosto 2017).
Quindi, nel biennio scadranno solo 7 concessioni di cui 3 già inattive. Se un mega-progetto come Ombrina Mare a pieno regime dovrebbe impiegare 24 unità, come diamine si arriva alla fantasmagorica cifra di “circa 7.000” posti di lavoro persi?

Procedo analizzando uno ad uno i tuoi punti, nei limiti delle mie capacità e conoscenze:
1) La campagna referendaria riguarda le trivellazioni in generale, siano esse di gas o petrolio, e l’immagine più utilizzata è quella della piattaforma trivellante. Ma anche usare altre immagini legate per esempio allo sversamento di petrolio sarebbe in ogni caso veritiera. Le fonti di informazione legate al Sì come il Comitato nazionale e Greenpeace ma anche siti di informazione indipendente come Altreconomia mi risulta parlino di idrocarburi liquidi e gassosi, perciò di petrolio e gas. In ogni caso non mi sembra il numero degli impianti dedicati all’estrazione del metano rispetto a quelli di petrolio il punto sul quale dibattere perché, se così fosse, denoterebbe scarsissima informazione, la stessa che pensi di aver colmato e che colpisca la maggioranza degli italiani. Inoltre la corretta informazione diffusa dai referenti del fronte Sì non mi sembra demonizzare niente e nessuno, a meno che per te descrivere l’iter politicoistituzionale che ha portato al referendum e chiarire le ragioni del sì non equivalga a demonizzare. Opera che, sinceramente, mi sembra più appartenere a te.
Se sì è disinformati non è certo a causa del fronte del Sì e, soprattutto non può essere un motivo valido a sostenere il boicottaggio del referendum. Non dimenticare infine che proprio il fronte del Sì aveva chiesto l’election day per non sprecare risorse pubbliche (utili per esempio ad impostare un serio percorso di informazione e partecipazione in settori così sensibili ad influenzare le nostre vite e non solo in vista del referendum) ed avere più tempo per informare e coinvolgere i cittadini sia da parte del fronte Sì che di quello No.

2) Quello che il comitato per Sì intende dire con il Sì non è certamente «Sentite, anche se avete ancora un botto di gas da estrarre in questo giacimento, chiudete tutti i rubinetti e spostatevi più lontano oppure andatevene in un altro paese». Se conoscessi l’iter politico istituzionale che ha portato al referendum sapresti che inizialmente i quesiti referendari erano 6 e non riguardavano solo la soglia delle 12 miglia.
Al netto di ciò, non mi sembra un’argomentazione giusta né sensata quella di non andare a votare perché la “compagnia allora potrà scegliere se non cambiare stessa spiaggia stesso mare, dismettere l’impianto entro le 12 miglia e farne, per esempio, uno nuovo a 12,5 miglia (li dove nessuno potrà lamentarsi di nulla) oppure andare a cercare giacimenti altrove, sulla terraferma o in altri paesi”. Ad oggi si vota Sì per evitare che le concessioni per i progetti di estrazione di gas e petrolio già autorizzati entro le dodici miglia abbiano durata pari alla vita utile del giacimento e per far sì dunque che tali attività petrolifere vadano progressivamente a cessare, secondo la scadenza “naturale” fissata al momento del rilascio delle concessioni. Il Sì esprimerebbe una chiara richiesta da parte dei cittadini italiani a favore di una diversa, ecosostenibile ed ecocompatibile politica energetica e non solo, nonché la richiesta di essere coinvolti insieme agli enti locali nelle scelte legate a tale settore e agli altri ad esso connesso. Insomma, il referendum, anche in questo caso, avrebbe un importante significato politico che, chiaramente, ti sfugge.
Il cercare giacimenti altrove non dipende dall’esito del referendum italiano ma dalle scelte che ogni governo ha fatto, fa e farà per il proprio paese e che permettono o meno alle grandi compagnie petrolifere di appropriarsi delle nostre risorse per continuare a far profitto scaricando i costi sociali ed ambientali sulle popolazioni che vivono in prossimità dei giacimenti (anche senza incidenti le piattaforme con le attività legate alla prospezione, ricerca e coltivazione creano danni ambientali e perciò sociali).
Parli di “fabbisogno energetico” e domandi “Se vietiamo l’utilizzo degli impianti esistenti, da qualche altra parte questo gas dovremo andarlo a prendere, no?”. Il fabbisogno di chi? Dovremo andarlo a prendere, chi? No perché probabilmente ti sfugge che “gas” e “petrolio” non sarebbero degli italiani ma sono e continuerebbero ad essere risorsa privata delle compagnie petrolifere che ci pagano royalties fra le più basse al mondo e godono di franchigie altrove inspiegabili. Ti sfugge inoltre la scarsa qualità e quantità dei nostri idrocarburi che, in ogni caso, non ci permetterebbero nessuna indipendenza energetica. Le piattaforme interessate dal referendum (che non verrebbero fermate all’indomani del voto, ma solo negli anni, progressivamente, in virtù della scadenza della loro concessione) producono solo il 3% del fabbisogno nazionale di gas. Di petrolio se ne estrae ancor meno, lo 0,8%. Poi, sì… da qualche altra parte dovremmo pure andare ad attingere se non rivoluzioniamo le nostre scelte.
Ed ora passo alla tua domanda che chiude il punto 2) “Se vietiamo l’utilizzo degli impianti esistenti, da qualche altra parte questo gas dovremo andarlo a prendere, no?” riportando una riflessione del dott. Federico Valerio “Se il 17 Aprile stravince il SI, come certamente avverrà, sarà più facile che Genova, come deliberato dal suo Consiglio comunale, possa trasformare in biometano (10 milioni di metri cubi/anno) le 50.000 tonnellate/anno di scarti biodegradabili che producono 600.000 genovesi.
Con tutto questo biometano ci potremo alimentare l’intero parco autobus, convertito a metano, e con quello che resta, immesso nella rete del gas, tutte le famiglie genovesi, tutti i giorni, si potranno bollire le trenette, da mangiare condite con il pesto.
Su scala nazionale, ENEA ha stimato che con questa scelta (digestione anaerobica) potremmo produrre ogni anno metano per un volume pari a metà di quanto oggi tiriamo fuori dalle viscere della terra, con tutte le trivelle in funzione.
Con la differenza che, tra una decina di anni, tutto il metano fossile nostrano sarà finito per sempre, mentre il biometano potrà essere prodotto, nei millenni a venire, utilizzando i nostri scarti biodegradabili, tra parentesi quelli che Renzi, con lo Sblocca Italia , vorrebbe incenerire. Riesci a capire quali siano le vere scelte strategiche utili al paese?”. Questi impianti per esempio potrebbero essere inseriti nel famoso piano energetico che richiami al punto 4, e di proposte ce ne sarebbero tante altre.

3) Dove c’è scritto ed in base a quali logiche con il No non aumenterebbe l’export petrolifero e l’inquinamento? A chi venderebbero l’energia le compagnie private che estraggono e continuerebbero ad estrarre i nostri gas e metano? Lo hanno comunicato a te in camera caritatis?
A prescindere da ciò, ricorda in Italia i combustibili fossili, già risorse esauribili, sono scarsi e di scarsa qualità, pertanto in ogni caso riprenderebbe ben presto non tanto l’acquisto di energia non nostra (perché ripeto appartiene e apparterrebbe alle multinazionali petrolifere) quanto l’inquinamento dovuto a siti che difficilmente vengono bonificati quando arrivano a fine vita naturale o da concessione e a pratiche simili spostate in altre luoghi.
Chi pensa che un miglio, 5 miglia o anche 20 miglia possano fare la differenza rispetto ad un grave incidente a una piattaforma petrolifera posizionata “correttamente” e cioè oltre il limite delle 12 miglia? Ma di che cosa parli?
Oltre a ripeterti che di per se le attività legate ai fossili sono inquinanti anche senza incidenti né esportazioni, ti ripeto che la vittoria del Sì potrebbe avere come ulteriore positiva conseguenza: quella di indirizzare il nostro governo su scelte ecocompatibili e ecosostenibili così come da chiara volontà popolare.
Difatti solo una differente politica energetica italiana, europea e mondiale (insieme alle scelte sulla mobilità e in campo edilizio) sarebbe in grado di eliminare progressivamente l’andirivieni delle petroliere (ma poi… non è il gas a farla da padrone??), i rischi ed i problemi legati a tali attività, ecc.
Chi dimentica che in Adriatico ci sono altri Paesi che estraggono o potrebbero farlo? E dove hai letto che tali Stati in futuro potrebbero autorizzare concessioni alle compagnie petrolifere all’interno delle nostre 12 miglia e cioè nelle nostre acque territoriali che sarebbero quelle che progressivamente libereremmo dalle trivelle?
Riporto l’interessante caso Croazia, pur ricordando che invece il Montenegro sul finire del 2015 ha avviato un piano di sfruttamento di 13 blocchi di mare antistanti la costa montenegrina. Nell’aprile 2015 la decisione della Croazia di “liberalizzare” le concessioni petrolifere -fino a quel momento nelle mani della compagnia nazionale Ina- fece intervenire anche la Commissione europea che rimarcava la necessità di implementare una nuova politica marittima per il mar Adriatico ed il mar Jonio, al fine di “preservare gli habitat marini e garantire lo sviluppo sostenibile”, nonché la promozione e la tutela del “turismo costiero e marittimo [per] creare nuovi posti di lavoro e nuove opportunità commerciali nel settore dell’acquacoltura, ridurre i rifiuti marini”. Da qui, la decisione da parte della Croazia -intrapresa già nell’ottobre del 2015- di sospendere il bando di gara per le concessioni nel mar Adriatico, appena sei mesi dopo l’annuncio della liberalizzazione. “La Croazia -dichiarò all’agenzia Ansa Llija Zelalic, delegato dell’Ambasciata in Croazia in Italia- per salvaguardare le sue coste ha sospeso i progetti per le piattaforme per la ricerca del petrolio nel mare Adriatico e penso che dovrete anche voi in Italia e sull’altra sponda del nostro mare prendere in considerazione questa eventualità. Questo é un grande pericolo […]”. Consiglio che l’Italia non ha seguito, spingendo la questione sullo scontro, anche normativo, che ha portato al referendum. Come denunciato in questi giorni da Coordinamento “No Ombrina”, Trivelle Zero Molise, Trivelle Zero Marche e Forum Italiano Movimenti per l’Acqua pubblica: le associazioni ricordano che “le norme comunitarie, in particolare l’articolo 7 della Direttiva 42/2001 e la Convenzione internazionale di Espoo (ratificata sia dall’Italia che dal Montenegro) obbligano gli Stati a sottoporre ad una procedura di tipo transfrontaliero, a partire dalla notifica nei confronti degli altri Stati potenzialmente interessati tutti i piani di attività che anche solo potenzialmente possono incidere sull’ambiente di altri Stati”.
Che cosa significa dunque che a livello di rischio ambientale non cambierebbe nulla se con la vittoria del Sì riuscissimo a liberare progressivamente le nostre acque territoriali dalle trivelle? Quale logica usi per tale affermazione ammesso che, ripeto, anche senza incidenti gli impianti di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi provocano danni ambientali e che i rischi di incidenti aumentano con l’aumentare del numero degli impianti?

4) Nessuno si aspetta magie ma augura un impegno concreto a favore delle energie rinnovabili attraverso “un Piano energetico nazionale volto alla protezione del clima e rispettoso dei territori e dei mari italiani”.
Invece, ti chiedo ancora una volta che certezza tu abbia che gas e petrolio estratti oltre i limiti temporali previsti al momento del rilascio della concessione vengano venduti all’Italia ammesso che secondo le ultime stime del Ministero dello Sviluppo Economico effettuate sulle riserve certe e a fronte dei consumi annui nel nostro Paese, anche qualora le estrazioni petrolifere e di gas fossero collegate al fabbisogno energetico nazionale, le risorse rinvenute sarebbero comunque esigue e del tutto insufficienti. Considerando tutto il petrolio presente sotto il mare italiano, questo sarebbe appena sufficiente a coprire il fabbisogno nazionale di greggio per 7 settimane. Le riserve di gas per appena 6 mesi. Cosa proponi di fare dopo?

5) “Il referendum è illegittimo” è un’affermazione che non avrebbe bisogno di ulteriori commenti soprattutto alla luce delle basi sulle quali poggia. Eppure non posso e non devo tralasciarla.
Questo referendum è legittimo, è uno strumento di partecipazione popolare previsto dalla nostra Carta Costituzionale, è promosso da un comitato “ambientalista” composta da tecnici, esperti, docenti, costituzionalisti, giuristi, medici, scienziati, studenti e semplici cittadini che non fanno leva sulla disinformazione dei cittadini né “sulla cattiva immagine che una trivella ha nell’immaginario comune”.
Siamo persone abituate a vivere i territori, a difenderli, a lottare quotidianamente contro disinformazione, disastri ambientali e tragedie sanitarie. Siamo persone abituate a di NO a pratiche insane e a proporre pratiche rispettose di ambiente e salute ed in grado di creare sana economia.
Inoltre, a prescindere dalla tua personale visione che la legittimità del referendum dipenda unicamente dall’essere tutti esperti di coltivazione di idrocarburi, mi preme ricordarti come la normativa di settore severa e restrittiva che tu invochi venga spesso violata da controllori e controllati (vedi il caso politico giudiziario legato a Tempa Rossa e Viggiano) oltre al fattore più importante ovvero il significato politico di tale appuntamento referendario: non è più possibile perseverare in pratiche che utilizzano risorse esauribili e che sono dannose per ambiente, salute ed economia locale.
Guardiamo al Texas d’Italia, la Basilicata, regione devastata dal punto di vista ambientale (ti riporto solo il caso del bacino del Pertusillo e dell’area del Tecnoparco di Valbasento dove sono stati trovati idrocarburi, metalli pesanti, fanghi di attività di estrazione petrolifera e clorurati cancerogeni) e con tasso di disoccupazione tra i più elevati d’Italia. I numeri elaborati dall’ISDE (Associazione Medici per l’Ambiente) con i dati dell’Istituto Superiore di Statistica mostrano che mentre tra il 2011 ed il 2014 il tasso di mortalità in Basilicata sia cresciuto del 2%,nello stesso periodo a Corleto Perticara è cresciuto del 23%. Tale paesino di 3 mila anime ha come unica caratteristica negativa quella di distare 4 km da Tempa Rossa e circa 20 km da Viggiano.
Nessuno crede sia il referendum lo strumento “più adatto a risolvere un tema così complesso e così tecnico”, tutti crediamo sia lo strumento adatto a schierarsi contro un’economia malata foriera di devastazioni e disastri ambientali e sanitari nonché di corruzione e malaffare perché la storia ci mostra proprio questo, che ti piaccia o no. E nello stesso tempo rappresenti un segnale forte e chiaro: siamo anche noi a dover decidere del nostro futuro dato che sempre la storia ci insegna che chi ci governa, ahimè, non fa i nostri interessi. O sbaglio? Purtroppo però ci sono tante, troppo persone come te che credono che l’essere cittadino si riduca all’essere elettore. Per noi essere cittadini significa essere sentinelle dei territori e delle comunità.

6) Il litorale romagnolo deve la sua fortuna turistica all’offerta legata alla vita notturna e ai servizi in spiaggia, non certo alla qualità del mare che oltre ad essere inquinato registra casi di moria di tartarughe caretta caretta e di delfini.
Per quanto riguarda la Basilicata, al netto dell’ignoranza del turismo medio sullo stato di salute dell’ambiente, è bene ricordare che sono Matera ed il Vulture le mete che registrano maggior nuova affluenza turistica. Evidentemente facciamo riferimento a due tipologie differenti di turista.

7) Riporto integralmente la risposta già fornita da Stefano Alì, sicuramente più informato ed esperto di me in materia.
<<Parto dall’elemento più eclatante dell’appello ad astenersi al referendum del 17 aprile: la citazione al punto 7 del rapporto ICHESE (da pagina 188 a 197 in Italiano1) a sostegno di questa affermazione:
…e non è vero neanche che l’estrazione di combustibili dal sottosuolo può innescare terremoti come quello avvenuto anni fa in Emilia.
Io non so se il rapporto linkato dalla dottoressa è lo stesso che la dottoressa ha letto. Perché Mirandola è in Emilia, il termine “attività” include TUTTE le operazioni di prospezione e coltivazione (non solo quelle di sfruttamento citate a pagina 194 del rapporto ICHESE) e alla successiva pagina 195 il rapporto dice:
“[…], mentre non può essere escluso che le attività effettuate nella Concessione di Mirandola abbiano avuto potuto contribuire a innescare la sequenza”.
Per inciso, il rapporto ICHESE cui la dottoressa fa involontario riferimento ha costituito la base per svariati esposti in Procura proprio per il rischio terremoti che denuncia.
Per informazione della dottoressa, il rapporto si conclude così:
“Le attività di sfruttamento di idrocarburi e dell’energia geotermica, sia in atto che di nuova programmazione, devono essere accompagnate da reti di monitoraggio ad alta tecnologia finalizzate a seguire l’evoluzione nel tempo dei tre aspetti fondamentali: l’attività microsismica, le deformazioni del suolo e la pressione di poro.[…] Il monitoraggio sismico dovrebbe essere effettuato con una rete locale dedicata capace di rilevare e caratterizzare tutti i terremoti di magnitudo almeno 0,5 ML. […]
La pressione dei fluidi nei serbatoi e nei pori delle rocce deve essere misurata al fondo dei pozzi e nelle rocce circostanti con frequenza giornaliera”.
In ogni caso, per una geologa (ancorché – come lei stessa tiene a sottolineare per evitare insinuazioni – disoccupata) leggere “a saltare” non è un bene. Questa è la ragione per cui ho iniziato da questo elemento che ho definito “eclatante”>>.

8) Lo sfruttamento dei Paesi in via di sviluppo (poi magari ci spiegherà cosa intende per Paesi in via di sviluppo) non è e non sarà legato alle conseguenze della vittoria del Sì. Chiaro a tutti è che trasformando terra e mare in un groviera e distruggendo per sempre i fondamenti della nostra economia (agricoltura, turismo, pesca e siti archeologici) potremmo arrivare a coprire per qualche anno il 47% del nostro fabbisogno (continuando a importare il resto), se si investisse nelle rinnovabili si arriverebbe probabilmente in breve tempo all’indipendenza energetica con surplus da esportare.
Il Governo Renzi ritiene che per “sbloccare” l’Italia sia necessario intervenire a favore delle multinazionali dell’estrazione degli idrocarburi, pertanto per le energie rinnovabili ha ritenuto di abbattere gli incentivi per ottenere un risparmio in bolletta (risparmio mai visto) addirittura in modo retroattivo. Tutto ciò si traduce in una inversione di tendenza e le energie rinnovabili sono in frenata netta anche per la “totale incertezza in cui il settore si trova a seguito di interventi normativi che in questi anni hanno introdotto tagli agli incentivi, barriere e tasse senza al contempo dare alcuna prospettiva chiara per il futuro. La scure di Palazzo Chigi si è dunque abbattuta su un mercato che vale più di 100 mila posti di lavoro (La Repubblica)”.
Evidentemente l’unico modo per non far pesare sulle comunità le negative conseguenze legate a pratiche obsolete e malsane è investire in energie rinnovabili. Del resto come dici tu riferendoti al Mozambico
“Noi quindi ci prendiamo da loro gas e petrolio e loro si prendono solo gli eventuali rischi (eventuali?) più qualche spicciolo che andrà nelle casse del governo locale (sì, qualche spicciolo da parte delle multinazionali. Proprio come avviene in Italia)”.

Io andrò a votare Sì e mi sentirò a posto con la mia coscienza perché ogni giorno lotto a favore di pratiche nuove, sane e foriere di economia e perciò occupazione ecosostenibile. Con il mio impegno pretendo che il governo italiano e l’Unione Europea inizino ad elaborare un quadro normativo in grado di rivoluzionare tutti i settori della mia vita, da quello energetico, a quello legato alla gestione dei rifiuti, alla mobilità, all’edilizia, all’agricoltura per poi attuare le misure previste nello stesso e permettermi di compiere le scelte che ad oggi mi vietano e vivere in armonia con la madre terra che mi ospita e che quotidianamente cerco, non senza errori, di proteggere.
Mi auguro infine che tu rimanga disoccupata a vita nel settore della geologia, non solo in Italia ma in tutto il mondo, nel settore pubblico come in quello privato. La tua superficialità, per usare un eufemismo, è pericolosissima.

Sabrina Salerno Zlotkowski cittadina del mondo, libera e pensante