Forlì dall'alto

Per esaminare lo “stato di salute” della società contemporanea può essere utile, quale paradigma, l’adozione della “piazza”, cioè dello spazio d’aggregazione per antonomasia che oggi vive appieno la crisi della modernità. Questo luogo che oltre duemila anni fa ha partorito la democrazia, per lungo tempo ha alimentato il pluralismo dei poteri e su cui sono state costruite civiltà millenarie, è oggi ridotto – il più delle volte – a semplice spartitraffico. Svilito dalla globalizzazione, dall’omologazione e dall’alternativa offerta dai mondi virtuali, sta perdendo il suo ruolo identitario, ma anche quello sociale come estensione collettiva delle individualità, quello politico, persino quello commerciale. La crisi della piazza è parallela al trionfo degli individualismi, segnando anche un pericoloso black-out nella pratica dei diritti e delle aspettative.
Tutto ciò emerge dall’approfondita analisi compiuta da Giampiero Castellotti in ‘Piazze in piazza‘, libro che si avvale della prefazione del sociologo Giuseppe De Rita e di un poemetto inedito scritto sul tema dal poeta Pasquale Panella.
Il volume, edito da Spedizioni, nei trenta capitoli compie un’ampia indagine storica e politica sul rapporto di questi spazi di aggregazione, tra reale e virtuale, con l’impegno pubblico, con il potere, con la rivolta, comunque con la costante ricerca di un “interesse generale” che compensi la crisi delle individualità. Sin dall’agorà greca o dal foro romano, passando per la monumentalità medievale, rinascimentale o barocca di cui le piazze italiane costituiscono un esempio unico. Perché la piazza, cuore dei nostri centri abitati, ha sempre rappresentato il luogo pubblico per eccellenza, vetrina di contenuti sociali: di segni, di funzioni, di attività, di beni. Ora con il concorso dell’estetica, ora dell’arredo, ora dell’effimero. Qui le funzioni civili, politiche, religiose, commerciali si sono sempre incontrate, si sono intrecciate e spesso sovrapposte.
Avere rinunciato alla centralità storica e identitaria della piazza, luogo materiale e simbolico, spazio di confronto e di integrazione, sta incidendo pesantemente sull’incapacità di leggere i nuovi fenomeni mondiali – denuncia l’autore del volume. Abbiamo ceduto alle futili alternative virtuali o al proliferare delle nuove ‘artificiosità aggregative’, relegando spesso la piazza al tema della mobilità quale nodo di scambio per un parcheggio – continua Castellotti.
Ripartire da questo spazio urbano, di potere e di contropotere, equivale a rilanciare l’operosità umana e l’azione sociale. E’ il richiamo di Giuseppe De Rita, che nella sua prefazione evidenzia come nella piazza convivano due importanti dimensioni, interconnesse, del nostro vivere: da una parte “una dimensione quotidiana legata alla relazionalità delle persone”; dall’altra “la piazza politica o di uso politicista”. Ma attenzione, avverte il sociologo: “Non sono le piazze che fanno le relazioni, ma viceversa è la natura delle relazioni a fare la piazza; la stessa dimensione politica della piazza dipende da queste relazioni e dal loro senso e contenuto e non viceversa”. Insomma, una “buona piazza” fa ottima politica sociale.
Non è allora un caso che le speranze di intere generazioni, a diverse latitudini, siano ancora affidate a questi luoghi identitari. L’esperienza delle primavere arabe hanno confermato come, al di là della comunicazione attraverso i social network, ci sia bisogno della piazza fisica per amplificare le invocazioni. E non a caso i francesi, in massa, hanno affidato proprio alla piazza la risposta collettiva al terrorismo, riaffermando i valori fondativi della civiltà occidentale.
Il libro richiama un attualissimo discorso di Henri-Benjamin Constant, anno 1819: “Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento della nostra indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, noi possiamo rinunciare troppo facilmente al nostro diritto a partecipare al potere politico. I depositari dell’autorità non mancano di esortarci a ciò. Sono tanto disposti a risparmiarci ogni sorta di pena, eccettuata quella di obbedire e di pagare. Essi ci diranno: quale è in fondo lo scopo dei vostri sforzi, il motivo dei vostri lavori, l’oggetto di tutte le vostre speranze? Non è la felicità? Ebbene lasciateci fare e ve la daremo. No, Signori, non lasciamo fare; per quanto commovente sia un così tenero interessamento, preghiamo l’autorità di restare nei suoi confini: si limiti a essere giusta, noi ci incaricheremo di essere felici”. E’ quindi nel recupero di questa relazionalità che si gioca il futuro del nostro continente?

‘Piazze in piazza’ di Giampiero Castellotti. Prefazione di Giuseppe De Rita. Poemetto di Pasquale Panella. Editore: SPedizioni, via Ugo Bartolomei 18, 00136 Roma. Anno: 2016. Pagine 204, costo: 13 euro.