La tassa di “sloggiorno”

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Negli ultimi anni in Italia la pressione fiscale è aumentata in modo insopportabile ed a farne le spese purtroppo c’è anche il turismo. Basti pensare che nel triennio 2011-2014 i cittadini hanno dovuto fronteggiare “vecchie” tasse trasformate (Ici – Imu -Tasi -Tari) che hanno martoriato i loro risparmi, generalmente destinati in passato anche alle vacanze. I Comuni, dal canto loro, hanno scaricato attraverso l’imposta di soggiorno, oneri che in passato non esistevano e che oggi gravano per forza sulle spalle o del turista o dell’albergatore. Gli introiti garantiti dall’imposta di soggiorno a livello nazionale sarebbero tali da garantire un offerta di servizi in ambito turistico di tutto rispetto, ma ciò non sempre accade. Anche la Riviera romagnola, i cui livelli di presenze stagionali e bene ricordarlo viaggiano a sei zeri (Rimini docet), negli ultimi anni ha iniziato a battere cassa e sempre di più. A Riccione per esempio, il 2014 ha portato nelle casse comunali 2.787.816 euro, 545.712 euro in più rispetto al 2013. A Gatteo, nel 2014, sono entrati 350mila euro (per 740mila pernottamenti di turisti), mentre Cesena ne ha incassato 210mila (per 130mila pernottamenti), San Mauro Pascoli 110mila (per 280mila pernottamenti). La tassa di soggiorno nei Lidi ravennati vale circa 2 milioni di euro, Cervia e Cattolica non si sono fatte quindi attendere dall’introdurla. Ma la tassazione sulle ferie imposta dai sindaci, non sempre viene vincolata al reimpiego obbligatorio in ambito esclusivamente turistico, vera risorsa distintiva ed identitaria di questo nostro Belpaese, e tutto ciò spesso, nel disinteresse generale.