Cristina Sarti

Ho avuto modo di vedere e di conoscere personalmente l’attrice Cristina Sarti, in occasione dello spettacolo teatrale e musicale “Lacattivastrada” in scena al Teatro Dehon di Bologna lo scorso 3 febbraio. Il titolo dello spettacolo si rifà ai testi di Fabrizio De Andrè, ma lo spettacolo è riproposto in chiave inedita e proprio per questo motivo la performance risulta essere molto interessante ed innovativa. “Lacattivastrada” è davvero uno spettacolo di grande qualità dove il talento dei tre artisti, Cristina Sarti, Aldo Ascolese e Domenico Berta riempie pienamente la scena. Cristina Sarti ne è l’attrice, l’autrice dei testi presentati in scena ed anche la scenografa. Questa è stata la sua prima esperienza musicale, in quanto lei proviene dal teatro classico.

Diplomata all’Accademia Teatrale del Teatro Stabile di Trieste nel 2006, ha proseguito poi la sua formazione artistica approfondendo il metodo Strasberg con Michael Margotta, coach dell’Actor’s Studio di New York. Il suo debutto sul palcoscenico è avvenuto ancora prima del terminare l’Accademia teatrale, quando nel 2004 al Festival della Versiliana, ha affiancato Corinne Clery, Antonio Salines e Vittorio Viviani nelle Allegre comari di Shakespeare per la regia di A.Buscemi. Sempre con la regia di Buscemi è stata tra le protagoniste de “Le Intellettuali di Molierè”. Seguiranno poi diversi spettacoli di successo. Nel 2008 ha iniziato una collaborazione con l’attore e regista Antonio Salines e poi nel ruolo di protagonista con E. Zolà in “Nanà”. Successivamente in “La voce umana” di J. Cocteau, “La signora delle camelie” di M. Ainzara, “Gamianì” di A. de Musset ( adattamento teatrale di Riccardo Reim), “Generazione due cavalli” di M. Ferrari, “Ti ho sposato per allegria” di N. Ginsburg. Ha poi lavorato con il regista Francesco Macedonio su testi di A. Checov per la Compagnia del Teatro Orazio Bobbio di Trieste. È stata interprete di diverse regie di Giuseppe Emiliani tra cui Aldo Moro, come Antigone con Virgilio Zerniz. Nel 2009 ha lavorato a fianco di Vanessa Gravina e Edoardo Siravo per la 40 Biennale internazionale di Teatro Venezia nello spettacolo Capitano Ulisse, sempre per la regia di Giuseppe Emiliani, Teatro Goldoni di Venezia. Ha lavorato anche al fianco di Mascia Musy ai Musei capitolini del Campidoglio Roma nella pièce Il Volpone di Ben Jonson, regia A. Gagnarli. Ha interpretato per la regia e con Carlo Simoni La Marcolfa d Dario Fo, per il prestigioso Festival di Borgio Verezzi.“

Ha inoltre portato in tournée in Italia per 4 anni di seguito lo spettacolo “Sei personaggi in cerca d’autore” con la regia del grande Giulio Bosetti ed è stata la protagonista de “La Bottega del caffè” di Goldoni con regia di G. Emiliani. Ed ora sta portando in giro per i teatri Italiani “Lacattivastrada” riscuotendo sempre maggiori consensi.

Così raggiungo Cristina Sarti per conoscere più a fondo la sua arte.

Ciao Cristina, lo spettacolo a Bologna al Teatro Dehon è terminato solo da qualche giorno ed ora ti chiedo che impressione hai avuto tu di quella serata e quali emozioni ha lasciato vive in te.

«La replica di Bologna è stata un bagno di emozioni. Quando si accendono le luci sul palco, ogni volta si entra in scena un po’ come se fosse un appuntamento al buio con il pubblicoAll’inizio si avverte sempre un po’ di timidezza, ma con il pubblico di Bologna il ghiaccio si è rotto velocemente. E’ stata una vera emozione ascoltare il silenzio di un pubblico attento che presto è entrato nello spirito dello spettacolo e che è diventato sempre più partecipe, fino alla condivisione dei bis finali, dove abbiamo fatto accendere volutamente le luci in sala per condividere con il pubblico il momento conclusivo, come fosse una festa per tutti. E Bologna è stata molto generosa in questo e ancora sento viva l’elettricità che si è sentita in quella serata».

Tu in questo spettacolo sei anche autrice dei testi che presentano poi alcuni dei brani famosi interpretati magistralmente da Aldo Ascolese e accompagnati abilmente dalla tastiera di Domenico Berta. Quanto c’è di tuo nei testi da te scritti e quanto c’è invece di ispirato alla visione femminile delle donne di De Andrè. Ti senti in qualche modo un poco “malafemmina” anche tu oppure è solo scena e testi per la scena.”

«Premetto che sono cresciuta ascoltando le canzoni di Faber e questo è merito della passione di mio padre per il grande cantautore, ricordo ancora quando avevo 8 anni e le colonne sonore delle nostre gite in macchina erano le mangiacassette degli album di De Andrè e cantavamo insieme le sue canzoni. Quanto c’è di me stessa nei testi che ho scritto? Bèh direi tutto, dentro ognuna di quelle donne che ho descritto e fatto rivivere, c’è quello che sono, quello che la gente vede di me e quello che non sono, ma che vorrei tanto essere. La Cristina riflessiva, romantica, la Cristina esuberante, la Cristina che si libera gioiosamente dalle convenzioni, (lo stesso Pirandello dice che ci crediamo uno ma in realtà dentro siamo tanti). E quelle dipinte da De Andrè, sono donne che si svelano senza timore nella forza delle loro fragilità, nella schiettezza della loro sfrontatezza e al tempo stesso nella sofferenza e nella ironia come arma di salvezza. Il tempo passa ma per De Andrè la madre, la puttana, l’amante, la figlia, vivono sempre in un’unica donna e in questo senso sono la stessa “malafemmina” che rappresenta la cartina tornasole dell’azione e reazione maschile. In questo immaginario, allora sì, mi sento anche io una malafemmina».

Come è nata questa idea e questa collaborazione con gli altri due artisti?

«Come ti dicevo, da sempre amo le canzoni e i testi di De Andrè, ma erano una parte molto intima di me che non avevo mai pensato di mettere in scena. Poi a Milano ho avuto l’onore e il piacere di conoscere Aldo Ascolese che cantava i pezzi di De Andrè e ascoltandolo mi sono resa conto che lui non li eseguiva, ma li impersonificava a suo modo, riportandoti nelle stesse atmosfere della Genova di De Andrè mettendoci però la sua intimità, il suo vissuto, donandosi e allora ho capito grazie ad Aldo, che li dentro poteva esserci il senso del teatro canzone e la collaborazione è stata una conseguenza spontanea e inevitabile».

In questo spettacolo Lacattivastrada tu ti sei rivelata come un’artista eclettica che sa scrivere testi, sa di conseguenza interpretarli e poi anche rappresentarli. Reciti, danzi e di esprimi al meglio sia con le parole e sia con la fisicità e la gestualità, concentrata, precisa e di grande efficacia. Cosa ti ha spinto a questo passaggio, intendo dire dai testi classici teatrali ad un’interpretazione più moderna e anche nuova?

«Per un attore la possibilità di scrivere lo stesso testo che poi si porta in scena è una delle soddisfazioni più grandi. I personaggi che scrivi sono un po’ come dei tuoi figli e in questo caso specifico è molto forte per me la possibilità di dare vita a ciò che scrivo attraverso il mio corpo e la mia gestualità, anche perchè ho sempre creduto che dal punto di vista recitativo l’interpretazione nasca in primis dal corpo, dal suo atteggiamento, dopo arriva la voce come un prolungamento del messaggio fisico, ma il messaggio viene trasmesso già da prima, anche nel movimento o nella fissità del “silenzio” di un gesto che parla. Sull’ultima osservazione che mi fai in realtà non credo che ci sia differenza tra testi classici e moderni, se penso alla modernità e acutezza di Shakespeare ad esempio, ma piuttosto distinguo tra le forme in cui vengono messi in scena, Chiaramente la cifra che fa la differenza nel nostro spettacolo è la struttura a incastro dove c’è un dialogo a due voci tra l’attrice e il cantante e per me, come dicevi anche tu, questo spettacolo è stato uno stimolo a concepire un’interpretazione che si affranca da certi schemi interpretativi che ancora oggi riducono l’idea del teatro a sola impostazione vocale o atteggiamenti strutturati. E con le storie di queste “malafemmine” ho sentito il teatro che non è solo sul palco, ma è nella strada , tra la gente e da qui anche la mia scelta di abbattere la “quarta parete” durante lo spettacolo e di parlare direttamente con il pubblico guardandolo anche negli occhi».

Di questo spettacolo tu sei anche la scenografa, avendo realizzato una scenografia piena e completa che con pochi elementi essenziali è riuscita ad essere molto eloquente. E’ stato questo il tuo primo lavoro da scenografa oppure ti eri già cimentata in precedenza in questo ruolo?”

«Per quel che riguarda la scenografia, avevo già avuto occasione di fare un allestimento scenico in un monologo interpretato da me in precedenza: “La signora delle camelie”, tratto dal romanzo di Dumas e adattato per me dall’autore italo-francese Ainzara. In quell’occasione avevo puntato sempre sull’essenzialità e sulla versatilità di materiali semplici, come dei teli chiari che a seconda di come filtravano la luce, potevano evocare gli stati d’animo della protagonista, senza distogliere l’attenzione del racconto, bensì valorizzandolo. Allo stesso modo nello spettacolo Lacattivastrada, seguendo la mia inclinazione ad un gusto estetico e funzionale che punta sulla semplicità, mi sono concentrata su pochi elementi che possono rappresentare molto a seconda di come li si usa, una sedia può diventare un pulpito, un compagno di danza, un rifugio o può rappresentare semplicemente l’attesa anche quando è vuota. E’ così anche per i costumi, una veste di seta nera è come una tela, su cui si dipingono i personaggi femminili, a seconda di come viene indossata».

Il teatro è un’esigenza o un passatempo? Intendo dire spiegami perché la passione del teatro può diventare la passione di una vita.

«Dunque il mio rapporto con il teatro, anzi la recitazione, nasce che ero molto piccola, mi ricordo che in certe sere “obbligavo” la mia famiglia ad assistere a delle scenette comiche che improvvisavo sul momento, ero buffa. Poi gli studi di danza classica per 11 anni, che è stato il mio primo approccio con le arti performative e da cui ho ereditato il senso del disciplinamento della forma artistica, per cui l’estro è libero ma è allo stesso tempo controllato, affinché sia un vero vettore verso il pubblico. Dopodiché la laurea in scienze politiche, ma l’amore per il teatro alla fine ha vinto su tutto e dopo l’Accademia ho capito che non potevo e non sarei mai voluta tornare indietro. Raccontare delle storie e condividerle con il pubblico è un atto d’amore, sia per me nel momento in cui il pubblico mi dedica il suo tempo e per il pubblico nel momento in cui io mi dono a lui. Il teatro ha un potere quasi mistico, profondo, quando sono sul palco sono tutto quello che sono e al tempo stesso, quello che non sono ma che esce da me, solo in quel momento preciso in cui si accendono le luci. Il teatro è quella zona liminare in cui convivono nello stesso tempo e spazio. ciò che è vero e ciò che non è vero e io confesso che sento il palco come la mia casa, come il luogo in cui mi sento viva, nonostante il teatro sia una delle poche forme d’arte che si esaurisce nello stesso momento in cui viene rappresentato. Per me quindi più che passione di vita è vita e forse l’avevo già capito quando da piccina raccontavo le storie».

Tu hai lavorato con grandi registi, fra i quali Giulio Bosetti. Hai qualche aneddoto o ricordo che ti è rimasto caro in proposito?

«Ricordo quando feci il saggio di Accademia a Trieste con Francesco Macedonio e io facevo Nina de il Gabbiano, il regista era molto duro con me. Nina è un personaggio molto tormentato e lo ero anche io al pensiero di fare quel ruolo, lui si arrabbiava perché non riuscivo ad essere credibile. Un giorno mi suggeri di dire le battute del personaggio usando il dialetto della mia terra e poi di ridirla in lingua italiana e continuare a pensarla in dialetto, alla fine della prova aspettavo un suo giudizio, ma non lo sentivo, stava piangendo, si era commosso Per me è stato un grande maestro e con una grande umanità, nascosta dietro quei suoi modi rudi. Per non parlare del maestro Antonio Salines, che mi ha sempre detto che l’unica cosa che contava per recitare era quella di “pensare” ogni singola battuta. Può sembrare così scontato ma è una delle cose più difficili».

Quando sei in scena, sul palco lassù e concentrata sulla tua performance, come vedi e guardi e percepisci il pubblico, lì sotto di te, che ti sta guardando e ammirando?”

«Quando sto sul palco cerco di non guardare mai il pubblico, sennò addio concentrazione e se il pubblico si accorge che lo stai guardando la magia si frantuma, Sentire il pubblico è un altra cosa e ti da la possibilità di captare se è attento o meno o se non riesce a starti dietro e allora lì devi entrare in ascolto con lui per incalzare il messaggio e lasciarti andare. Ovviamente questo è diverso quando si adotta una scelta precisa di voler parlare direttamente al pubblico, come avviene in alcuni tratti del nostro spettacolo. In ogni caso il pubblico è sempre sacro perché ci da l’opportunità di esserci. Ora che andiamo in tournée sarà interessante vedere come cambiano le reazioni del pubblico da una zona all’altra d’Italia, ma De Andrè è amato ovunque».

Tu vivi e lavori a Milano, però porti in giro per l’Italia lo spettacolo teatrale con due Genovesi doc. Quale è il punto di congiunzione che vi unisce?”

«Sai che io sono una “trapiantata” a Milano, ma le mie origini, dove vive tuttora la mia famiglia sono in Lunigiana, a Villafranca, che è una terra di confine tra la Liguria, l’Emilia e la Toscana, siamo in provincia di Massa Carrara, ma abbiamo il prefisso telefonico di La Spezia. Ed ecco che la stessa aria che fende la montagna e il mare allo stesso tempo, ritorna anche nelle mie origini. Quindi è anche vero che quando ci riuniamo, io porto i Testaroli (asta lunigianese) che si condiscono con il pesto doc di genovese (Aldo cucina benissimo)».

Se mai si potesse stabilire una sorta di classifica, quale è il ruolo in cui tu ti senti più a tuo agio, fra attrice in scena, autrice di testi oppure scenografa delle scene teatrali?”

«Oddio, diciamo che il senso del teatro riunisce tutte e tre queste componenti. Sicuramente al primo posto c’è la recitazione, ma dopo questa esperienza mi sta appassionando molto anche la scrittura. Fin ora avevo fatto solo degli adattamenti da romanzi per il teatro, come da Nanà di Emil Zolà, che po ho portato in scena, ma questo testo inedito sulle donne di De Andrè mi ha messa alla prova in prima persona. Infatti non dormivo per cercare l’ispirazione e mi è piaciuto tantissimo, così adesso sto già lavorando ad un nuovo progetto scritto da me, da mettere in scena sempre insieme ad Aldo Ascolese».

Secondo te i testi dei brani di De Andrè possono entrare a fare parte dei testi nobili e classici del nostro patrimonio letterario Italiano, quelli che rimarranno ai posteri, per i secoli e i secoli a venire?

«Si io credo proprio che i testi dei brani di De Andrè siano già parte del nostro patrimonio letterario, quantomeno culturale. Come ti dicevo, non c’è regione d’Italia in cui non sia amato e poi ha il grande pregio di unire più generazioni. Noi stessi lo vediamo ogni volta che portiamo in scena Lacattivastrada ed è veramente un momento molto emozionante quando vedi tra il pubblico generazioni diverse tra loro, unite tutte dalla passione per i testi di Faber. I suoi testi raccontano la nostra storia, l’Italia con i suoi controsensi, le malinconie i turbamenti, le sfide, le imprese e tutto questo, Faber lo fa a volte usando un linguaggio fiabesco e tagliente al tempo stesso. Riesce a raccontare gli episodi più scabrosi della storia italiana e umana, senza essere mai mai volgare e con una sagace ironia che nobilita tutto. In De Andrè anche la morte diventa una ballata vera».

Tu in questo spettacolo, ti sei proposta anche come autrice dei testi, con grande coraggio e abilità. Pensi che i tuoi testi sarebbero piaciuti allo stesso De Andrè?”

«Non so se allo stesso De Andrè sarebbero piaciuti i miei testi, sinceramente lo spero. Però, come ti dicevo, visto che fin da piccola grazie a mio padre le canzoni di De Andre sono state parte integrante della colonna sonora della mia vita, diciamo che hanno contribuito molto a sbloccare le mie emozioni, pianti, rabbia e sorrisi, in modo particolare dall’adolescenza ad oggi. Quindi hanno influito sulla persona che sono oggi e la persona che sono, è quella che è nei miei testi. Spero di avere risposto».

Lo spettacolo Lacattivastrada sta riscuotendo molti successi ed avete molte richieste in tutta Italia. In seguito a questo fortunato progetto artistico, quali sono i tuoi futuri progetti?”.

«Sì camminando sulla strada fortunata della Cattivastrada, sto scrivendo un nuovo spettacolo insieme ad Ascolese, dove uniremo una storia grottesca del periodo gotico francese ad alcune delle canzoni dei cantautori più intensi del panorama italiano da Paoli ad Endrigo, a Modugno, inserendo anche canzoni dello stesso bravissimo Aldo Ascolese. Nel frattempo mi preparo anche a mettere in scena Riccardo III di Shakespeare e contemporaneamente sto lavorando ad un progetto cinematografico su una sceneggiatura gotica ambientata nei castelli del Trentino. Inoltre c’è in cantiere anche un altro progetto su Giorgio Gaber, con dei bravissimi musicisti e con la bravissima cantante milanese Angela Baggi».

Infine ringraziandoti per la tua gentile disponibilità, chiedo io a te di salutarci con un pensiero tutto tuo che possa essere di buon auspicio per la tua arte.

«Intanto sono io che ti ringrazio per questo piacevole incontro culturale e per la tua sensibilità artistica e per mio conto mi auguro fortemente che il nostro paese continui ad investire le giuste risorse per la cultura e l’arte in genere, perché l’arte può essere immortale e sopratutto perché apre gli sguardi e le menti. L’artista è colui che ti fa vedere una cosa ( anche ovvia) ma lo fa arrivandoci per vie altre, non convenzionali. L’arte in genere allena a guardare il mondo e la quotidianità con altri punti di vista. Infine ricollegandomi al teatro, ti vorrei riportare una citazione da I sei personaggi di L. Pirandello a cui tengo e in cui c’è il mio personale sunto sul teatro e quindi è ormai la mia frase scaramantica artistica: “Non ci sono piccole parti ma solo piccoli attori».

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Rosetta Savelli coltiva da sempre l'amore per la musica, la letteratura e l'arte. Ha pubblicato 4 libri: un racconto, una raccolta di poesie e due romanzi. Ha partecipato a numerosi concorsi letterari ottenendo riconoscimenti e pubblicazioni. Il suo romanzo "La Primavera di Giulia" è stato pubblicato dal Ponte Vecchio in Cesena nel 2006. Il racconto "Iris e Dintorni" e la raccolta di poesie "Le Magie che mi soffiano lontano" sono stati pubblicati nel 2002 dalla Firenze Libri e sono stati presentati alla 55° Fiera del Libro di Francoforte nel 2003. Nel 2009 ha partecipato al Premio Letterario Firenze per le Culture di Pace, dedicato a Tiziano Terzani ed è stata inserita nel volume antologico "Racconti per la Pace" con il racconto "Il Mondo nella piazza davanti a casa mia". Nel 2014 ha partecipato al Concorso Big Jump con il suo ultimo romanzo pubblicato in Amazon “Celeste (Da qui a Hollywood la strada è breve)” risultando 15° fra 220 concorrenti. Nel mese di ottobre 2015 Rosetta Savelli ha vinto il III° Premio alla V° Edizione del Premio Kafka Italia 2015 in Gorizia, presso Kulturni C Lojze Bratuž, con il Racconto “Iris e Dintorni” edito nel 2003 dalla Firenze Libri. Nel mese di aprile 2017 Rosetta Savelli insieme all'artista Daniele Miglietta ha vinto il Premio della Critica in occasione della I°Edizione del Concorso online “Poesia a Colori”. Rosetta Savelli ha partecipato con la poesia “Se sei donna ti diranno che ti manca” abbinata all'opera pittorica di Daniele Miglietta “Sleeping on flowers”. Collabora con la rivista di arte contemporanea "Juliet art magazine" con sede a Muggia (Trieste) e diretta da Roberto Vidali. Collaborazione nata nell'anno 2014 e tutt'ora in atto.

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