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Checco fin da piccolo vuole una cosa sola: il posto fisso. Entra nell’amministrazione provinciale come impiegato: poco impegno e stipendio assicurato; poi la riforma degli enti pubblici lo spedisce in un ufficio lontano a compiere mansioni per lui scomode. Scontento, si fa trasferire più volte finchè viene mandato nella base italiana al polo nord. Qui, insospettabilmente, trova una donna che riesce a fargli cambiare idea… quasi su tutto.

Lo smarcamento dai canoni del cinepanettoni c’era stato nel film precedente, Sole a catinelle, il terzo della premiata ditta Nunziante – Zalone (regista – protagonista, entrambi sceneggiatori); con Quo vado? si assiste a una conferma, certo poco coraggiosa o fantasiosa, ma per il momento un’operazione riuscita e il secondo incasso record consecutivo: butta via. Un caso nazionale, quello di Zalone, capace di trascinare in sala milioni di italiani in anni di crisi sia del cinema che della commedia in particolare; eppure nel suo stile non mancano la volgarità, le gag frivole, il macchiettismo o la cattiveria di tanti suoi colleghi che, contemporaneamente, arrancano: che cos’ha lui di più rispetto a loro?

Naturalmente non esiste una risposta semplice o breve, ma l’idea che Sole a catinelle e Quo vado? rispondano ad altre esigenze e stimolino altri ragionamenti (e ne stimolano, eccome!) non è campata in aria; si potrebbe infatti accomunare per molteplici ragioni queste due opere al filone più glorioso del nostro cinema leggero, quello della commedia all’italiana. Perchè, a differenza del cinepanettone (Boldi, De Sica, etc.), della favoletta buonista (Pieraccioni, Siani), del ‘bozzettismo sociale’ di Verdone (o Bisio, o Cortellesi…), qui non si ricerca alcuna complicità con lo spettatore: la critica c’è, è lapalissiana, ma è altrettanto impietosa; Luca Medici è Checco Zalone sul set, ma ne abbandona i panni nella vita reale (o almeno si spera per lui…) e nessuno vorrebbe realmente essere lui.

Non è un vincente vero e proprio, al di là dei finali dei suoi film: tarallucci e vino servono per chiudere la sceneggiatura, ma lo spettatore esce dal cinema con un bagaglio di denuncia, di satira – sia pure all’acqua di rose – che un De Sica o un Boldi (per dire due punte di diamante della scena comica di questi ultimi decenni) invece cavalcano tronfiamente, spiegando al pubblico che è normale, è inevitabile, è giusto essere burini, beceri, sessisti, razzisti, ignoranti. Siamo italiani, siamo fatti così.

Quo vado? invece ci racconta tutto questo e lo mette in iperbole per infonderlo quanto più possibile di ridicolo; ma il bello (ciò che funziona nell’operazione, insomma) è che la quantità delle battute (e in qualche raro caso anche la qualità) riesce a convincere con facilità anche lo spettatore che non ha capito nulla di tutto ciò, che è andato al cinema soltanto per distrarsi un’ora e mezza e farsi due risate sguaiate. Fra gli altri nomi sul cartellone si segnalano quelli di Lino Banfi in un cameo, di Maurizio Micheli, di Sonia Bergamasco, di Ninni Bruschetta e di Eleonora Giovanardi. Bene la conferma: Sole a catinelle evidentemente non è stato un caso; ora però non è eccessivo chiedere un piccolo sforzo in più per il prossimo lavoro della coppia Nunziante – Zalone. 4/10.