Don Pippo

Nella vita di don Pippo, divenne cruciale il mese di novembre. L’8 novembre, infatti, insieme a quello del Duomo e alla Torre Civica, il Campanile di San Mercuriale venne minato dai tedeschi che stavano frettolosamente ritirandosi da Forlì. I racconti popolari narrano che l’antica guglia si salvò grazie all’intervento di don Giuseppe Prati, anche se determinante dovette essere l’opera di intermediazione dell’allora vescovo della città, monsignor Giuseppe Rolla, che sicuramente pagò un prezzo cospicuo in termini di vettovaglie e bestiame all’esercito tedesco in ritirata.

È di nuovo Giorgio Pettini che scrive nel suo memoriale: «(…) Tutta la città si era subito convinta che la salvezza della millenaria abbazia e del suo celebre campanile si doveva a don Pippo. Ma come avesse fatto a difenderla dai genieri tedeschi, inerme com’era, nessuno lo sapeva anche se appariva ovvio che l’artefice della salvezza del campanile apparisse comunque lui. Alle migliaia di domande dei concittadini non diceva nulla. A quanti lo ringraziavano sorrideva e se ne andava silenzioso…».

A lato della porticina d’accesso all’imponente campanile che da quasi un millennio svetta sulla città, una lapide ricorda la figura di questo uomo giusto e coraggioso:
PRESSO IL BEL CAMPANILE SALVATO DALLA FURIA BELLICA / IN GIORNI DI TORMENTA FU
CHIARA FONTE DI CONFORTO E SPERANZA / SICURO APPRODO DI TUTTA LA CITTÀ IL GRANDE CUORE DI / MONS. GIUSEPPE PRATI (1885-1952) DON PIPPO / EDUCATORE PUBBLICISTA PARROCO / ANIMATORE SEMPRE DI SOLIDALE IMPEGNO E FRATERNA CONVIVENZA / IN GIOIOSA PATERNITÀ DI SPIRITO FATTOSI TUTTO A TUTTI / AL SERVIZIO DELLA VERITÀ E DELLA PROMOZIONE DELL’UOMO.

Sta di fatto che il 9 novembre, giorno della Liberazione di Forlì, don Pippo venne portato in trionfo, come raccontò monsignor Giuseppe Mangelli, collaboratore dello stesso don Pippo a San Mercuriale: «… la Liberazione giunse improvvisa. Sentimmo di primo mattino come un prolungato crepitio di mortaretti e poi, sempre più forte e vicino, il rumore confuso di voci che chiamavano don Pippo. Alcuni di noi uscirono subito fuori con lui. E allora avvenne una di quelle scene, non nuove certo (don Pippo ci aveva abituati a tutto), ma sempre commoventi e indimenticabili. Fu portato quasi in trionfo, abbracciato e baciato da numerosi cittadini, a capo dei quali era il futuro sindaco Franco Agosto, appartenenti ai più diversi partiti politici».

Un’altra testimonianza, quella dello storico Dino Mariani, conferma quanto sostenuto da Mangelli: «Nella piazza della città i partigiani e il popolo avevano acclamato don Pippo, all’inizio dell’opera di ricostruzione, come un padre e un salvatore. Nella prima riunione pubblica del Comitato di Liberazione, composto da esponenti di ogni partito si gridò “Viva don Pippo” e il primo cittadino di Forlì, appartenente ad una corrente di estrema sinistra, abbracciò l’umile sacerdote che in quel momento impersonava i dolori e le gioie di tutti i cittadini ed era la persona più amata e ben voluta da tutti».
Nel 1946, quando «Il Momento» riprese le pubblicazioni, don Pippo scrisse: «Non ci faremo meraviglia, se per la verità, per il bene della Nazione, per la Chiesa, per Cristo avremo qualche cosa da patire. D’altra parte, questa nostra spirituale e materiale indipendenza, per cui mai siamo stati agganciati ad alcuna greppia, né abbiamo goduto di facili ed abbondanti propine, è la nostra più vera gloria e la garanzia per chi legge della nostra sincerità».

Qualche anno dopo, novembre tornò in modo cruciale e definitivo nella vita del “parroco di Forlì”. Don Pippo infatti si spense improvvisamente il 9 novembre 1952, esattamente 8 anni dopo aver concorso al salvataggio del campanile più amato della Romagna. Le sue esequie si tennero due giorni dopo, di nuovo a San Mercuriale.
Le sue opere e il suo insegnamento gli sopravvissero. Il giorno prima di morire, don Pippo aveva indirizzato a Elisabetta Piolanti e Gaspare Maiolani il seguente invito: «Pensate ai ragazzi soli, quelli che la società pone ai margini, portateli nella vostra casa e avviateli al lavoro: quello che non faccio in terra, lo farò dal cielo».
Fu così che, alla fine del 1952, nacque la Fondazione “Opera Don Pippo”, tuttora operativa in via Cerchia 101, che si compone di un Centro residenziale, di un Centro diurno e di un Gruppo appartamento, tutti destinati a persone adulte disabili.

Dopo la scomparsa di don Giuseppe Prati, la rivista «La piè» volle ricordarlo con queste parole: «(…) Una squallida povertà terrena, una diffusa ricchezza spirituale, un continuo donare ai poveri, senza nulla chiedere agli abbienti, una logora veste, una profonda pietà con i legami di Dio».
Ogni anno, il 9 novembre, la città di Forlì si ferma per commemorare l’anniversario della scomparsa del suo amato “parroco”.
Nel 1957, nel quinto anniversario della scomparsa, le spoglie di don Pippo, inizialmente inumate nel Cimitero Monumentale di Forlì, vennero traslate nella Basilica di San Mercuriale, presso la Cappella dei Ferri. Nella parete a sinistra dell’altare, su una lapide con ritratto in bassorilievo sta scritto:
1885 – 1952 / NEL TEMPIO DELLE ANTICHE GLORIE FORLIVESI / RESTITUITO ALLE CLASSICHE FORME ORIGINARIE / RIPOSANO LE VENERANDE SPOGLIE / DELL’ABATE PARROCO / MONS. GIUSEPPE PRATI / VERO SACERDOTE DI CRISTO UMILE E POVERO / CHE AI GIOVANI IL CRISTIANO ARDIMENTO / AI MISERI L’AIUTO E IL CONFORTO / A TUTTI DONÒ LUCE D’INSEGNAMENTI E DI ESEMPIO / PASSANDO FRA IL POPOLO / IN BENEDIZIONE / LA SALMA FU QUI TRASLATA DAL CIMITERO URBANO / IL 9 NOVEMBRE 1957.

Si tratta della terza lapide alla memoria (non ci risulta che nessun altro, se non Aurelio Saffi, ne abbia altrettante a Forlì) che commemora l’uomo forse più amato dai suoi concittadini nel XX secolo. E i ricordi e le intitolazioni non si fermarono qui. Il 17 dicembre 1994, infatti, l’amministrazione comunale volle dedicargli anche la piccola piazzetta posta a sinistra della facciata dell’abbazia, confinante con Largo de Calboli.

Per concludere, e tanto ancora ci sarebbe da dire, riportiamo ciò che Alessandro Rondoni, direttore del «Momento» dal 1989 al 2009, scrisse nel numero speciale del 5 novembre 2002, in occasione del 50° anniversario della morte del fondatore del giornale: «… Don Pippo è nel cuore dei forlivesi, dopo cinquant’anni segna indelebilmente la storia della nostra Chiesa e della nostra città. E’ un po’ come il campanile di San Mercuriale, qualcosa che tutti sentono proprio. Ci lamentiamo spesso che mancano maestri, riferimenti sicuri, valori certi, ma non è vero. Don Pippo e tanti sacerdoti, con lui e come lui, hanno operato e operano fra la nostra gente e nella nostra città. Basta riconoscerli e andare loro dietro. Anche la piazzetta a lui dedicata l’ha inserito nel centro della città di Forlì. I “burdèl” di allora cominciano ad invecchiare, alcuni testimoni come don Fusconi, don Scaccini, don Ricci e tanti altri che hanno fatto un secolo di fede a Forlì ci hanno già lasciato, ma il profumo di quella “santità” rimane una chiara impronta della coscienza del nostro popolo».

(tratto da “Personaggi di Forlì. Uomini e donne tra Otto e Novecento” volume due, di Marco Viroli e Gabriele Zelli, in uscita per i tipi del «Ponte Vecchio» a fine novembre 2015).

La Rubrica Fatti e Misfatti di Forlì e della Romagna è a cura di Marco Viroli e Gabriele Zelli

CONDIVIDI
Articolo precedenteStadt Hotel Città
Articolo successivoSeparati alla nascita
Marco Viroli, scrittore, copywriter e giornalista pubblicista, è nato a Forlì nel 1961. Laureato in Economia e Commercio, nel suo curriculum vanta una pluriennale esperienza di direzione artistica e organizzazione eventi. Dal 2006 al 2008 ha curato le rassegne “Autori sotto la torre” e “Autori sotto le stelle” e, a cavallo tra il 2009 e il 2010, si è occupato di relazioni esterne per una fondazione di arte contemporanea. Tra il 2010 e il 2014 ha collaborato con “Cervia la spiaggia ama il libro” e con “Forlì nel Cuore”. Autore di numerose prefazioni, dal 2010 cura la rubrica settimanale “mentelocale” su «Diogene», di cui, dal 2013, è direttore responsabile. Nel 2013 e nel 2014, ha seguito come ufficio stampa rispettivamente le campagne elettorali degli attuali sindaci di Dovadola (FC) e Forlì. Dal 2013 collabora con l’agenzia di comunicazione integrata PubliOne, inoltre tra il 2014 e il 2016 è stato addetto stampa della squadra di volley femminile forlivese, che milita nei campionati nazionali di serie A. Nel 2003 ha pubblicato la prima raccolta di versi, Se incontrassi oggi l’amore. Per «Il Ponte Vecchio» ha dato alle stampe Il mio amore è un’isola (2004) e Nessun motivo per essere felice (2007). Suoi versi sono apparsi su numerose antologie, tra cui quelle dedicate ai Poeti romagnoli di oggi e… («Il Ponte Vecchio», 2005, 2007, 2009, 2011), Sguardi dall’India (Almanacco, 2005) e Senza Fiato e Senza Fiato 2 (Fara, 2008 e 2010). I suoi libri di maggior successo sono i saggi storici pubblicati con «Il Ponte Vecchio»: Caterina Sforza. Leonessa di Romagna (2008), Signore di Romagna. Le altre leonesse (2010), I Bentivoglio. Signori di Bologna (2011), La Rocca di Ravaldino in Forlì (2012). Nel 2012 è iniziato il sodalizio con Gabriele Zelli con il quale ha pubblicato: Forlì. Guida alla città (Diogene Books, 2012), Personaggi di Forlì. Uomini e donne tra Otto e Novecento («Il Ponte Vecchio», 2013), Terra del Sole. Guida alla città fortezza medicea (Diogene Books, 2014), I giorni che sconvolsero Forlì («Il Ponte Vecchio», 2014), Personaggi di Forlì II. Uomini e donne tra Otto e Novecento («Il Ponte Vecchio», 2015). Nel 2014, insieme agli storici Sergio Spada e Mario Proli, ha pubblicato per «Il Ponte Vecchio» il volume Storia di Forlì. Dalla Preistoria all’anno Duemila.

NESSUN COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO