“Zeman 4-3-3. Il risultato è casuale, la prestazione no.” (T-shirt dei Velvet durante l’esibizione a Sanremo 2001.)

Esistono due modi di intendere il calcio, due prospettive perfettamente parallele, è un binario che decidi di percorrere fin da piccolo, quando cominci ad appassionarti a questo sport. C’è chi è affascinato dalle vittorie, dallo strapotere fisico e dalla coppa lustrata sotto i riflettori di un grande palcoscenico, e chi, come noi di Calcio Eretico, e come tanti altri, ha scelto l’altro binario, su un regionale che viaggia quasi sempre in ritardo, ma che permette di notare alcuni dettagli durante il suo percorso, che con un treno ad alta velocità non si è in grado di notare.

Zdenek Zeman non solo ci è salito, ma ha portato con sé tantissimi ragazzi che coltivavano un sogno, e che a malapena possedevano un biglietto per realizzarlo. Da Licata a Palermo, da Pescara fino a Foggia, percorrendo l’Irpinia e arrivando fino in Salento, il “boemo” ha insegnato calcio, un calcio che fino a quel momento in Italia non si era mai visto. La ribalta della realtà provinciale, che per la prima volta aveva la sensazione di poter giocare a testa alta nella grande città, e che comunque vada quella domenica, con annessi rimpianti, quella partita si sarebbe ricordata a lungo, nei bar, nelle piazze della piccola provincia.

 4-3-3.  Fedele alla linea.

Entriamo ora nell’universo tattico e adimensionale del calcio di Zeman: il 4-3-3.

Le preparazioni atletiche estive sono fondamentali per preparare l’organizzazione di gioco zemaniana, al rientro dalle vacanze i giocatori vengono immediatamente catapultati in una dimensione proletaria di sacrificio psicofisico. Nessuna tecnologia al cospetto della preparazione, soltanto i sacchi d’acqua sulle spalle e i mitici “gradoni”, da affrontare per step fino allo stremo delle forze. E’ la metafora perfetta della sua filosofia calcistica, di introspettiva bellezza, rivestita da una base solida di umiltà.

Il dogma: secondo Zeman il 4-3-3 è il modulo che riesce a coprire perfettamente il campo, mantenendo unione tra i reparti, le sue squadre infatti sono strettissime e fanno della corsa e il pressing asfissiante gli elementi fondamentali, ai quali nessuno può sottrarsi in campo, tutti sono alla pari. E’ il nesso centrale della sua filosofia, un’utopia nel calcio contemporaneo, molto simile a quella del calcio totale dell’Olanda di Crujff, costantemente criticata nel bel paese.

La difesa è alta, altissima, per dare spazio al portiere di impostare, già perché nelle squadre di Zeman il portiere è il primo regista della squadra, egli deve avere piedi buoni e visione di gioco. Il prototipo perfetto è stato per tanto tempo il suo braccio destro e compianto Franco Mancini, mitico portiere del Foggia degli anni ’90, al quale lo “Zaccheria” dedicherà anche una sua curva. I terzini sono praticamente delle ali che devono fluidificare ed effettuare continue sovrapposizioni nella fase offensiva. Il centrocampo di Zeman è dinamismo puro, alla mediana un ibrido di qualità e sostanza, ai suoi lati, due mezz’ali taglienti come lame, che effettuano triangolazioni corte e rapide con le punte e si ritagliano lo spazio per perforare le difese avversarie. E poi, ci sono loro, i 3 attaccanti, a loro Zeman lascia la fantasia, combinata al sacrificio, una combinazione che se metabolizzata dai suoi giocatori, porta quasi sempre gli attaccanti davanti alla porta decine di volte a partita.

E’ indubbio che si tratti di teoria, puramente soggettiva, ma negli anni con le sue squadre ha dimostrato, che tutti gli uomini, prima ancora che calciatori, i quali hanno accettato e compreso a pieno il suo 4-3-3 , hanno dato vita ad un’attrazione tanto sofisticata quanto spettacolare, una ruota panoramica che gira a mille all’ora e che sovverte ogni pronostico, e soprattutto, cosa fondamentale, che non guarda in faccia chi ha di fronte. Che sia la prima o l’ultima in classifica, il parco giochi Zemanlandia è sempre aperto.

Il Foggia dei miracoli. Nasce Zemanlandia.

E’ nato tutto li, sotto il sole ardente, tra i paesaggi aridi e ostici della Daunia, il Foggia di Zeman della prima metà degli anni ’90 è una vera e propria squadra cult, che gli appassionati non possono fare a meno di ricordare, e che ha dato vita a una serie di sfumature indelebili per i seguaci del boemo. I diavoli pugliesi con lui salgono in Serie A e tra il ’92 ed il ’95 sfiorano ripetutamente la Coppa Uefa dando vita a prestazioni rocambolesche dai risultati imprevedibili, costruendo schemi di gioco che mai si erano visti prima nel campionato italiano. E’ l’allenatore del momento, tutti parlano di lui, lo fa specialmente Antonio Albanese, nei panni di Frengo a Mai dire gol, un tifoso del Foggia che segue e racconta le partite alla Gialappa’s sotto gli effetti degli stupefacenti, paragonando il calcio di Zeman ad un mantra religioso, immaginando situazioni da spogliatoio paradossali ed etichettando al boemo il soprannome, chiaramente ironico, di “Simpatia” Zeman.

“L’eresia”: la lotta al doping.

La stampa lo ha spesso cercato perchè uomo di poche parole, ma che non ha mai fatto della diplomazia un suo un principio fondante, motivo per cui quello che dice è sempre tramutabile in un titolo da prima pagina. A fine anni ’90 Zeman vanta un secondo e un terzo posto con la Lazio, sfiora lo scudetto per situazioni arbitrali discutibili, ma è un allenatore di dimensione internazionale, e in Europa lo vogliono i top club. Questo fino a che non rilascia le seguenti dichiarazioni :“Il calcio deve uscire dalle farmacie, nel nostro ambiente girano troppi farmaci.

Ne nasce un’aspra lotta mediatica sul doping che continua sino ai giorni nostri tra i dirigenti della società e l’allenatore boemo, etichettato dai primi come un inesorabile perdente anti-juventino. Proprio lui, che da piccolo dormiva con la maglia bianconera, ammirando suo zio, Cestmir Vycpàlek, allenatore della Vecchia Signora all’inizio degli anni ’70.

Mentre il suo credo calcistico può essere considerato una prospettiva interamente soggettiva, la verità oggettiva delle sue parole nella lotta al doping diventano troppo pesanti per essere tollerate. Quello che in pochi sanno, e che la carriera di Zeman probabilmente è finita quell’estate. Viene fatto fuori dal sistema, la sua presenza nel calcio italiano è scomoda: il presidente Casillo, quello del Foggia dei miracoli per intenderci, nel 2003 lo richiama all’Avellino in serie B. Ammetterà poi di aver ricevuto telefonate minatorie, secondo le quali se Zeman non fosse stato esonerato la squadra sarebbe retrocessa; una brutta storia, una piccola crepa che tre anni dopo si scatenerà nel sisma devastante di Calciopoli.

Un delfino nell’Adriatico: Il ritorno di Zemanlandia.

Estate 2011: Zeman ritorna in serie B, la panchina ha vista sul mare, è quella del Pescara. Come ogni volta che Zeman arriva in una realtà provinciale, l’atmosfera si rigenera, si respira aria nuova, quello che non sanno gli abruzzesi, e che vivranno 9 mesi di calcio spettacolo, e che torneranno in Serie A dopo vent’anni dall’ultima apparizione. Ci sono tutti gli ingredienti per un altro pirotecnico gulash boemo: tanti giovani, tutti disposti a sposare il credo del 4-3-3, poi ci sono i gregari, su tutti Emmanuel Cascione, un guerriero a centrocampo, e Sansovini, largo a destra nel tridente, una vita nei campionati minori; tanti calci negli stinchi, tanti gol spettacolari in provincia. Poi quei tre, tutti lanciati da Zeman nel calcio che conta: Marco Verratti, reinventato regista dal mister, un autentico concentrato di tecnica e agilità, e infine i due scugnizzi, figli del mare, Lorenzo Insigne  e Ciro Immobile. Il primo inventa e incanta, il secondo è spietato, gonfia la rete a ripetizione. E’ festa grande, Zemanlandia ha riaperto.

Utopia zemaniana.

L’estate successiva Zeman ha l’ultimo treno probabilmente per poter smentire tutti i detrattori, e vincere un trofeo importante. Gli viene affidata la panchina della Roma, 15 anni dopo. Per la prima volta il boemo ha a disposizione tanti soldi per la campagna acquisti e un progetto interessante con l’obiettivo di valorizzare tanti giovani per poi poter ambire allo scudetto. Assisteremo probabilmente alla sua peggior stagione, la Roma non ingrana, anzi rimedia figuracce. In estate viene criticato da De Rossi per i suoi metodi di allenamento, il rapporto tra loro è conflittuale, per usare un eufemismo. “Capitan futuro” contro l’utopia zemaniana, secondo voi chi la spunterà?

Zeman esonerato a febbraio, senza avere tempo e modo di poter esprimersi al meglio, in uno spogliatoio che non lo ha mai accettato e capito per i suoi metodi, Totti escluso, tra i due c’è una stima reciproca indissolubile.

 La coscienza di Zeman.

Le squadre di Zeman, per essere capite, dovrebbero essere psicanalizzate, stesi su un lettino a riflettere su una certa coscienza morale, quella di cui come Zeno Cosini, il nativo di Praga ne è da sempre l’espressione massima in un contesto così controverso come quello italiano, sia sotto il profilo etico, che prettamente calcistico. Anche lui come il Sig. Cosini accanito fumatore, e che come lui continuava a ripetere: “Questa è l’ultima”. Nel caso di Zeno si trattava della sigaretta, nel caso di Zeman si tratta della panchina, perché c’è da chiedersi quanto abbia ancora senso cercare di diffondere il suo credo offensivo, totalmente controcorrente con il pensiero calcistico dominante italiano, quello “catenacciaro”, quello del timore reverenziale. Per questo motivo il suo gioco, la sua mentalità offensiva, acquista ancora più valore, perchè è venuta alla luce nel paese meno disponibile, in cui conta il risultato finale, senza avere tempo di programmare e pianificare. Basti pensare a Sir Alex Ferguson, che ha dovuto aspettare 4 anni prima di vincere il primo trofeo con lo United, ora, permettetemi la saccenza, valeva la pena aspettare. Eppure, se dopo vent’anni Zeman continua ad infatuare i presidenti, questo vorrà dire che ha lasciato tanto al calcio italiano, perché nell’era di Sacchi lui c’era, e il suo credo era l’antitesi perfetta, e oggi, continua ad esserci, in un mondo pallonaro sempre più business in cui i calciatori decidono chi può sedersi in panchina.

Ecco perché “zemaniano” è diventato un aggettivo, una filosofia da sposare nel mondo del calcio, da chi da piccolo, quando va allo stadio, nota i dettagli e le sfumature e lo fa con un occhio sincero e onesto, consapevole che una sconfitta, non cambierà l’umore della giornata.

Calcio Eretico non può fare a meno che ringraziare “Simpatia” per  averci regalato quel biglietto del treno regionale, che non incontrerà mai il treno ad alta velocità, non lo raggiungerà mai, ma che non deraglierà mai, per cercare di cambiare.

Angelo Mattinò