Rischio chiusura per 30 testate giornalistiche: intervista a Pietro Caruso

0

La sopravvivenza di numerosi giornali e il pluralismo di informazione sono a rischio. La nuova legge di stabilità e il mancato rimpolpamento dei fondi all’editoria cooperativa e no-profit potrebbe provocare la chiusura di numerose testate, mettendo a rischio il posto di lavoro di 600 giornalisti professionisti e non meno di 1400 collaboratori. Cliccare al centro dell’immagine per vedere il videoservizio.

 

Alcune dichiarazioni di dicembre di Pietro Caruso, che pubblichiamo per chi volesse approfondire l’argomento:

«Non sono fra quelli che parlano solo quando hanno interessi personali in ballo. Fra l’altro sono entrato nel limbo dei pre-pensionati del giornalismo avendo ormai maturato 30 anni di contributi… la soglia minima nelle regole ancora in vigore dell’Inpgi sono di 18 anni e 6 mesi. Posso quindi esprimere liberamente il mio pensiero. Il mancato rimpolpamento dei fondi all’editoria cooperativa e non profit, con questa legge della cosiddetta stabilità rischia seriamente di fare chiudere entro pochi mesi una trentina di testate fra le quali anche Avvenire, Manifesto, Corriere Mercantile, Corriere del Giorno, Corriere Romagna e altri quotidiani e periodici che danno lavoro a circa 600 giornalisti professionisti e a non meno di 1400 collaboratori. In dieci anni dal Fondo sull’editoria, presso la presidenza del Consiglio dei ministri, si è passati dall’astronomica somma di 480 milioni ai 46 del 2013…sì perché vengono erogati ormai con 13-15 mesi di ritardo e grazie all’allora ministro Tremonti con l’eliminazione del diritto soggettivo chi li riceve non può reclamarli come creditore verso lo Stato. Insomma quelle che vengono considerate, stupidamente, come mance si vorrebbero tradotte in regalìe, solo che il re non c’è e quello che ci governa, che pure ho ritenuto il più titolato, è tuttora un re travicello. Per uno come me che ha partecipato alla fondazione della Cooperativa Editoriale Giornale Associati vi ha messo delle risorse finanziarie, ha partecipato a tutte le ricapitolizzazioni della stesse che si sono rese e si rendono necessarie pensare che nel 2015 possa chiudere la testata più antica concorrente al Resto del Carlino non desta una semplice amarezza ma una sorta di civica indignazione. Sono d’accordo con gli obiettivi di questo governo quando decide di tagliare quante più provvidenze di Stato si possa, ma non ritengo serio, né accettabile che il governo attui tagli retroattivi quando le aziende beneficiarie hanno già scritto i bilanci. Mandare a monte nel settore dell’editoria 3mila lavoratori giornalisti a cui si aggiungono non meno di 600 poligrafici significa semplicemente ferire mortalmente l’Istituto nazionale di previdenza giornalistica che dovrà soccorrere con le eventuali indennità di disoccupazione i vuoti che si creeranno e l’Inps che comunque dovrà intervenire sul versante dei disoccupati che giornalisti non sono. Potrei anche citare la ferita informativa che ne deriverà per i territori locali, la questione del pluralismo culturale e politico, vale a dire la democrazia ma ritengo che per molti, ormai, siano questioni considerate, a torto, di lana caprina, La mia protesta è dunque netta e la rivolgerò con i mezzi e le forme più opportune in tutte le sedi istituzionali. Devo anche amaramente constatare che né la Federazione degli editori, né la Federazione della stampa hanno alzato il tono della loro protesta. Del resto temo che ormai meno testate ci saranno più facile sarà pascolare nei terreni sempre più aridi dell’informazione. Una corsa verso il basso per pubblicità, lettori, credibilità. La partita non è comunque finita, ma forse qualcuno non ha memoria di cosa successe in Germania, prima della caduta della Repubblica di Weimar, quando crollarono i giornali sia quelli di partito, sia quelli indipendenti. Evidentemente si sono dimenticate, drammaticamente, le biografie di quei giornalisti improvvisatisi poi capipopolo, demagoghi, capipartito. Da questo punto di vista se i Grillonzi pensano a un mondo hobbitiano, d’altra parte Pinocchio-Renzi è stato evidentemente mal consigliato. O forse non ha neppure ascoltato i buoni consiglieri. Quelli che hanno già visto passare in tre anni tre presidenti del consiglio».

Pietro Caruso