Riflessioni del sindaco di Tredozio sui Comuni montani

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«Illustrissimo Presidente del Consiglio Renzi, egregi Ministro dell’Economia e delle Finanze Pier Carlo Padoan e Presidente di UNICEM Emilia Romagna Giovanni Batista Pasini – si legge nella lettera scritta dal sindaco di Tredozio Simona Vietinavi scrivo in qualità di sindaco del Comune di Tredozio, una piccola realtà di 1248 abitanti in un territorio di 62 Km² ai confini con la Toscana, paese facente parte del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona, Campigna. Vorrei innanzi tutto esprimere un sentito ringraziamento per la volontà dimostrata, di ascoltare le problematiche derivanti dai territori, permettendo in questo modo anche a noi amministratori, una gestione rispondente alle necessità del cittadino che deve essere sempre il fulcro del nostro agire.

In questo momento in cui la crisi sta attanagliando tutte le realtà economiche e sta diventando un cancro mondiale, i nostri piccoli Comuni montani rischiano di rimanere schiacciati da una politica che non considera le enormi difficoltà che devono affrontare ogni giorno i residenti dei territori svantaggiati. Il territorio italiano montano comprende circa il 32% dei Comuni, il 35% della superficie territoriale ed il 13% della popolazione italiana. Il territorio montano è caratterizzato da altitudine, pendenze, ed altre caratteristiche geomorfologiche che rendono difficile la comunicazione fra i centri abitati, aumentano il costo di trasporto delle merci; rendono più costosa l’erogazione di vari servizi e la costruzione di nuove infrastrutture.

La maggiore variabilità climatica la maggiore pendenza e minore fertilità dei suoli rendono meno produttiva l’attività agricola che però risulta ancora un settore economico molto rilevante in varie aree montane. Al fine di limitare l’abbandono di queste aree e di potenziare le loro caratteristiche territoriali utili a tutti i cittadini, come l’ambiente ecologico e culturale, la biodiversità, le risorse idroelettriche, la nostra politica economica deve favorire il territorio montano specialmente con finanziamenti: comunitari, nazionali e regionali, anche rivolti ad un ripopolamento del territorio e ad un importante sgravio fiscale delle poche realtà economiche che ancora vi permangono. In montagna abita e lavora circa il 10% degli abitanti rispetto alle città. Si tratta di un enorme squilibrio nell’uso del territorio cui occorre cominciare a porre rimedio.

Non era così nell’epoca preindustriale quando il predominare dell’attività agricola favoriva di per sé un insediamento equilibratamente diffuso su tutto il territorio. È divenuto inevitabile nell’epoca industriale con i suoi grandi stabilimenti concentrati nelle città maggiori o attorno ai grandi nodi ferroviari. Non è situato in provincia di FC, in Emilia Romagna sull’appennino tosco-romagnolo più sostenibile nell’epoca postindustriale in cui viviamo con la sua crescente necessità di temperare i consumi non necessari e di fare un uso equilibrato sia dell’energia che del territorio e delle sue risorse. E ciò vale quanto mai nel periodo di crisi prolungata che stiamo attraversando, il quale impone l’impegno a riscoprire e rivalorizzare tutte le risorse: la montagna è una di esse, e una delle più consistenti.

In Italia la quota di territorio in pendenza è circa il 72%, questo significa che occorre ripopolare la montagna e la collina. La montagna deve essere vista come una risorsa e non come una “palla al piede” non solo perché è ricca di quelle risorse strategiche che con la crisi diventeranno sempre più preziose, come l’acqua e fonti energetiche rinnovabili, ma anche perché ha risorse sociali e culturali, invece ha sofferto e soffre – tranne alcune aree forti, assimilabili a quelle urbane –per la crisi demografica, l’invecchiamento della popolazione, il pendolarismo, le seconde case. Crisi che in molti casi il turismo ha accentuato e non risolto.

Lasciare che le comunità di montagna si spengano è uno spreco di risorse che in un tempo di grave crisi come il nostro meno che mai ci si può permettere. Per tornare vitali però queste comunità devono poter usufruire di nuovi innesti. Innesto non significa semplicemente spostare una residenza, andare a vivere in montagna usandola come un luogo dove vivere in tranquillità per poi lavorare via internet o scendendo in fondovalle. Servono persone, giovani, famiglie con progetti di vita che interagiscano con le persone e il territorio anche nella sua fisicità. L’insediamento di giovani in montagna è spesso condizionato dalla difficoltà di accesso al credito. Rimuovere questo ostacolo, come anche salvaguardare la possibilità di mantenere in vita scuole e servizi, nutrirebbe il desiderio di fare, di mettere alla prova le proprie forze.

La crisi in atto, che non è più solo finanziaria e neppure più solo economica, spinge a rivedere i costi dello Stato politico e di quello “sociale” in modo convulso e quindi controproducente. In questa prospettiva, neppure i Comuni sono al riparo da maldestre frenesie di riforma. L’idea che l’accorpamento dei piccoli Comuni comporti di per sé dei risparmi ha portato ad avanzare la proposta di un grande processo di fusione imposto dall’alto. Pur se apparentemente smussato, tale proposito continua a essere coltivato da alcuni, ma contrasta con tante asserzioni circa il riconoscimento della natura di “cellula elementare” del Comune.

Sono dubbi i risparmi (molte funzioni sono già consorziate) inoltre ci si chiede quali contraccolpi comporti l’accorpamento di Comuni montani piccoli da un punto di vista della popolazione, ma di regola vasti o vastissimi dal punto di vista del territorio, in unità con migliaia di abitanti. Chi propone l’accorpamento d’ufficio dei Comuni in nuove unità di dimensione standard è portatore di una visione centralistica e tecnocratica. Ignora che il piccolo comune non è solo una istituzione politica, la più minuta articolazione dello Stato e della pubblica amministrazione ma – a differenza dei comuni più grossi – è anche espressione diretta di quel poco di vita e aggregazione civile che le piccole comunità di montagna riescono ancora ad esprimere, è anche centro di vita associativa.

L’abolizione dei piccoli Comuni farebbe venire in gran parte meno le funzioni implicite e non ufficiali compromettendo le attività di volontariato e quelle comunque svolte nella sfera delle relazioni informali. È evidente che oggi lo “Stato sociale” sia in crisi, in montagna continuare ad erogare servizi secondo questo modello è divenuto un peso che qualcuno sta pensando di togliersi di dosso. In realtà per quanto concerne il costo dei servizi vale a maggior ragione quanto detto a proposito del costo apparente dei piccoli Comuni. Si tratta non di alti costi “naturali” bensì di alti costi indotti dal modello organizzativo utilizzato. La piccola dimensione dei soggetti (professionali, imprenditoriali, amministrativi) e la necessità di svolgere ruoli multifunzionali mal si concilia con i sistemi di regole che attualmente governano le attività pubbliche e private.

Si può aggiungere che in questo contesto la sostituzione di servizi socio-assistenziali, ma anche di altra natura, sulla base di criteri di reciprocità, mutualismo, riattivazione di strutture familiari “allargate” a fronte di misure di deburocratizzazione e defiscalizzazione potrebbe portare a sperimentare dei modelli che – validati in montagna – potrebbero anche essere esportati in un più ampio contesto sociale. In questo già difficile scenario si colloca invece un’ulteriore peso sorto a causa di un decreto dell’ultim’ora e totalmente inatteso che riformula le regole IMU sui terreni agricoli. Il Comune che rappresento: Tredozio, una piccola realtà di 1248 abitanti in un territorio di 62 Km² in Emilia Romagna sull’appennino tosco-romagnolo ai confini con la Toscana, parte del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona, Campigna; dopo le dovute operazioni di assestamento, si è visto tagliare risorse sul bilancio 2014 per un importo pari a 84.650 euro con la seguente motivazione: maggiori introiti IMU terreni agricoli.

Si tratta di un provvedimento iniquo e vessatorio di cui il nostro Comune sta subendo i pesanti effetti insieme a tanti altri nelle sue stesse condizioni. Per quei Comuni come il nostro che hanno la sede del Municipio ad un’altezza compresa tra i 280 e i 600 metri, sono esentati dal pagamento dell’IMU sui terreni agricoli solo gli imprenditori agricoli professionali e i coltivatori diretti, ma chi ha un database aggiornato su tale situazione? Sembra inoltre sia necessaria una maggior consapevolezza della reale condizione dei piccoli Comuni dove la parcellizzazione delle proprietà potrebbe rendere impossibile arrivare ad un introito simile al taglio previsto perché molti contribuenti non arriverebbero alla soglia di rilevanza fiscale. I Comuni collinari e svantaggiati come Tredozio che già soffre anche per le recenti vicende legate agli eccezionali eventi atmosferici; vengono ulteriormente vessati proprio in un momento come questo in cui la crisi che sta destabilizzando tutte le realtà rischia di provocare lo spopolamento dei piccoli Comuni.

Questo provvedimento rischia non solo di aggravare in modo drammatico le prospettive di rilancio delle economie locali, ma anche di confondere e destabilizzare i cittadini che prima sono venuti a conoscenza di dover sopportare una nuova tassa a 15 giorni dalla scadenza della stessa; poi apprendendo del rinvio hanno sperato di essere sollevati dalla nuova imposizione. Come ben sappiamo il tema è oggi «sospeso» da un decreto del presidente del Tar Lazio, che ha messo in calendario la discussione di merito per il 21 gennaio e che ha già anticipato l’«irragionevolezza» dei criteri basati sull’«altitudine al centro» per distinguere i terreni che perdono l’esenzione IMU da quelli che la conservano; il rinvio però, non può essere una soluzione; occorrerebbe un intervento normativo immediato: anche perché i Comuni interessati, circa 4mila, hanno già subito il taglio ai fondi 2014, proporzionale al gettito che avrebbero dovuto ottenere dai nuovi terreni imponibili, e lo stesso problema si ripropone per il 2015: in gioco ci sono 720 milioni di euro, una cifra importante considerata anche la dimensione media degli enti interessati.

Tutto ciò provocherà effetti che potrebbero risultare insostenibili, sia per i cittadini, sia per bilanci dei Comuni. Gli importi sono già stati decurtati, mentre il recupero di quelle cifre attraverso i pagamenti Imu sarà quanto mai improbabile; considerata anche la forte diminuzione dei trasferimenti erariali per la decurtazione del fondo di solidarietà, questo ulteriore taglio potrebbe rappresentare “il colpo di grazia” per molti enti comunali. Come sindaco non posso accettare che si infierisca sui cittadini con nuove tasse in un momento difficile come questo, non posso lasciare che il mio paese perisca sotto le innumerevoli imposizioni fiscali e si spopoli. Chiedo perciò al governo di cancellare il Decreto Interministeriale del 28.11.2014 in attuazione dell’art. 22, comma 2 del DL 66/2014 e i conseguenti tagli; chiedo inoltre di prevenire il rischio di crescita della marginalità assicurando una maggiore attenzione alle aree svantaggiate; chiedo infine l’avvio di una seria e duratura politica nazionale per la montagna che preveda anche una semplificazione e una riduzione dell’imposizione fiscale per le attività commerciali situate in zone montane che non più redditizie offrono comunque un servizio ai cittadini rimanendo aperte, ma ritrovandosi in una paurosa sofferenza si avviano in massa verso la chiusura».

Simona Vietina sindaco di Tredozio