Le troppe facce dell'amore

In una Forlì troppo povera di fantasia e genialità (basti guardare il nostro Centro Storico) Manlio Monti rappresenta un’eccezione. Una frase che può apparire forse fin troppo ossequiosa. Lui direbbe ruffiana. Mi vengono però in mente i primi due dati oggettivi che confermano quanto da me affermato. Verso la fine degli anni Settanta, quando forse neanche Silvio Berlusconi dava ancora importanza alla Tv privata, Manlio Monti si era già tuffato nell’esperienza giornalistica a TeleRomagna curando soprattutto (ma non solo) programmi sportivi. Certamente molto prima di Aldo Biscardi, lui, Manlio da Forlì, i suoi “sgoop” li aveva già proclamati agli appassionati calciofili. Fu quindi tra i primi a credere in un progetto assolutamente innovativo. A Forlì, quando le uniche due parole conosciute che avevano la desinenza in “teca” erano biblioteca e pinacoteca, lui fu il primo ad aprire (lui precisa, se glielo chiedete, col termine “rilanciare”) nella nostra Forlì una paninoteca. Che diventò fin da allora luogo d’incontro per gli allora (giovani) forlivesi nati degli anni Sessanta/Settanta. Viaggiatore, tombeur de femmes, motociclista, amante dei social network (Facebook in particolare) Manlio Monti ha da pochi giorni pubblicato il quarto libro: “Le troppe facce dell’Amore” (Società Editrice Il Ponte Vecchio). Quindi perchè questa mia noiosa filippica? Forse un personaggio così istrionico, camaleontico e ante litteram di una Forlì fin troppo sonnacchiosa, qualcosa ci può certamente insegnare. Come regalo di Natale vi consiglio quindi l’acquisto del suo nuovo romanzo. Che sarà nelle librerie dal 13 dicembre.

Questa la sua biografia ufficiale
Manlio Monti nasce a Forlì negli anni 40. Strappato molto presto agli studi dal padre che lo vuole come collaboratore nella sua nascente impresa, si adatta a diversi mestieri, ma la sua facilità all’apprendimento e il suo carattere irrequieto volto al nuovo, in una Italia in quegli anni in pieno boom, lo porta presto a perdere interesse per i ripetitivi lavori “di routine”. Si avventura quindi da solo, con alterne fortune, in diverse attività che lo portano anche fuori dalla sua città e dalla vita provinciale, seppure vivace ed energica. Contemporaneamente a Forlì collabora con un giornale sportivo locale e per alcuni anni con “Teleromagna”, una delle prime emittenti private nate in Italia. In seguito, conclusa la parentesi matrimoniale col divorzio, scopre il fascino dei grandi viaggi intercontinentali, che corona con un Giro del Mondo in solitario di quattro mesi attraverso dodici paesi. A questo segue un lungo periodo molto “movimentato” e irrequieto durante il quale vive, soprattutto in Brasile, marcanti esperienze sentimentali e lavorative. Da diversi anni, relegate queste “esperienze” al rango di vacanze lunghe e sistemate quelle professionali con la cessione della sua quota al fratello, è tornato alla sua terra dalla quale non è mai riuscito a strappare completamente le radici e, trovati nuovi equilibri, può dedicarsi a tempo pieno ai suoi amori di sempre: le donne, i viaggi, le moto, la fotografia, lo scrivere.

Questa invece la recensione del suo nuovo libro
Ho avuto modo di leggere questo libro per motivi di lavoro, anzi no, più che leggerlo l’ho vissuto, e dopo esserci un po’ fiorita, un po’ morta e un po’ resuscitata, mi sono di nuovo reincarnata in me stessa, come ogni buon sopravissuto sa fare dopo una lettura stordente. La prima faccia in cui sbatti contro è quella del linguaggio che, a un primo impatto, può sembrare leggero – e infatti spesso lo è – ma che poi camaleonticamente si adatta ai ritmi e ai temi più incandescenti della narrazione, diventando via via più pregnante, assoggettandosi agli stati d’animo che la lettura impone. In queste montagne russe emozionali fuori da ogni cardine, ben presto ci si rende conto di trovarsi davanti a un racconto complesso, articolato, che va ben oltre alla presunta ovvietà del titolo. Non un semplice romanzo, ma un potente spaccato di vita, seppur condensata in un arco temporale di pochi mesi. Una frenetica carrellata di avvenimenti realmente accaduti, marchiati a fuoco sulla nuda pelle, una freccia indomabile scoccata per trafiggere riflessioni esistenziali, emozioni vere, sentimenti sparsi, molteplici e multiformi interpreti. Le atmosfere effervescenti, allegre e inebrianti per definizione, si alternano a quelle più corrosive, crude, dolorose. Definitive. Scorrendo le pagine si entra in una casa dalle molteplici stanze comunicanti, con porte sempre aperte e il loro nome inciso sui muri. Nomi come sesso, droga, amore, vita. Morte.  Un autentico cocktail dall’umore tropicale, o forse, il cratere ardente di un vulcano da cui lasciarsi voluttuosamente incenerire (Gigiona Morit).