Venticinque anni fa, il 9 novembre del 1989, cadde il muro di Berlino. Come spesso capita, in occasione di ricorrenze di questo tipo, i social network danno alloggio ad un tripudio di immagini commemorative accompagnate da un frasario farcito di retorica che lascia poco spazio ad analisi. È successo con la morte di Nelson Mandela poco meno di un anno fa e si è verificato nuovamente in occasione di altri importanti accadimenti che hanno scosso l’opinione pubblica, come l’attentato alle Torri Gemelle o gli innumerevoli disastri ambientali. In questi casi non è importante costruirsi un’opinione personale e magari nemmeno sapere di che si tratta esattamente, quel che conta è stare sul pezzo, condividere il “mainstream”. Un atteggiamento che coinvolge quasi tutti in maniera trasversale, anche i più disinteressati. E così tutto diventa artefatto: il ricordo un’esibizione, la solidarietà una simulazione.

Ora, senza voler gettare discredito verso uno degli eventi storici più importanti della storia contemporanea, è necessario comunque fare un’analisi più articolata. Il crollo del muro di Berlino segnò la fine della degenerazione stalinista, del “socialismo reale” e dei cosiddetti “stati proletari deformati”. Ma il crollo non fu solamente quella gioiosa e colorata rivoluzione che la storia ci ha consegnato sui libri che non lasciano spazio ad altre interpretazioni, ma l’estensione globale di un capitalismo selvaggio che pro­prio in que­gli anni, con i vari Rea­gan, Tat­cher e Kohl, si era fatto ancora più rea­zio­na­rio. Con la caduta del muro finì l’epoca del mondo bipolare e iniziò quella del modello unipolare, innescando il processo di glo­ba­liz­za­zione che tut­tora viviamo. Ci fu, quindi, la liberazione da regimi diventati oppressivi, gravati da una burocrazia di matrice stalinista che l’attivista trotskista britannico Ted Grant definì “bonapartismo proletario”, ma il cambiamento andò in direzione di un ordine capitalistico mondiale fatto di egoismo, sfruttamento, corruzione e violenza. Ci fu la grande gioia della riu­ni­fi­ca­zione, ma purtroppo, più che di un nuovo ini­zio, si trattò di un’annes­sione con­dotta secondo le regole del vincitore e gli effetti furono immediati. Quello che era un Paese industrializzato venne trasformato in una regione depressa, con la chiusura delle fabbriche che venivano acquisite dai nuovi padroni della Repubblica federale e dove la piena occupazione si trasformò in disoccupazione di massa. Insomma, la ricorrenza della caduta del muro di Berlino, oggi, può essere considerata una data di “festa” o di “liberazione” con le dovute cautele.

Tutt’al più, è doveroso dimostrare come le macerie dell’89, da quel momento in poi, siano state riciclate dal mondo occidentale per erigere altri muri. Tra questi, quello che segna il confine tra Stati Uniti e Messico, la barriera di separazione israeliana, il muro anti-migranti a Melilla o quelli “di mare” nel Mediterraneo, dove il primo di questi sarà oggetto di approfondimento in questo articolo.

I messicani lo chiamano “El muro de la Vergüenza”, il muro della vergogna. Si tratta di una barriera di sicurezza costruita dagli Stati Uniti lungo la frontiera con il Messico allo scopo di impedire agli immigranti illegali di oltrepassare il confine statunitense. Un’orribile divisione fatta di lamiera metallica sagomata, alta dai due ai quattro metri e dotata di sofisticati sistemi di sorveglianza che si snoda per centinaia di chilometri lungo la frontiera tra Tijuana e San Diego. La sua costruzione ha avuto inizio nel 1994, secondo l’ottica di un triplice progetto antimmigrazione dietro il quale si tentava di nascondere un terribile sistema di sfruttamento del lavoro e abuso dei diritti umani. Difatti, nello stesso anno avvenne la stipulazione del NAFTA (North American Free Trade Agreement), un accordo per il libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico. L’accordo nacque con la finalità di favorire una maggiore integrazione economica tra l’area nordamericana e quella centroamericana, in particolar modo tra Stati Uniti e Messico. L’abbattimento delle tariffe tra i due paesi ebbe come effetto quello di attirare investimenti e capitali stranieri in Messico: questa apertura consentì agli Stati Uniti di delocalizzare gran parte della produzione nel Paese degli Aztechi senza essere soggetti a barriere tariffarie, favorendo la diffusione del cosiddetto sistema delle “maquiladoras” lungo il confine tra i due Paesi, funzionale all’importazione in Messico di materiali e attrezzature ai fini dell’assemblaggio, per poi riesportare il prodotto finito negli Stati Uniti ai fini della vendita. Tutto questo al prezzo di un alto sfruttamento del lavoro a basso costo, abuso di diritti umani negli stabilimenti industriali e una forza lavoro basata sul genere, cioè ampiamente costituita da giovani donne messicane vittime di atroci violenze sul posto di lavoro stesso, come la sterilizzazione forzata o i controlli sulle mestruazioni, talvolta selvaggiamente stuprate, torturate, mutilate e uccise come dimostra l’ondata di femminicidi presente soprattutto nella zona di Ciudad Juarez, nello Stato di Chihuahua. Con la stipula dell’accordo di libero scambio e l’immediata costruzione della barriera, gli effetti dannosi sulle condizioni di vita di molti lavoratori messicani, gravati inoltre dalla drastica diminuzione dei loro stipendi e dalla ridotta influenza dei sindacati, hanno spinto grossi flussi migratori a tentare di varcare illegalmente il confine. Fonti attendibili calcolano che dal 1994 ad oggi siano morti circa 6.000 clandestini nel tentativo di “cruzar la línea”, valicando il confine. Così, mentre il governo degli Stati Uniti utilizza la retorica della sicurezza e dell’impenetrabilità dei confini, sfrutta violentemente la manodopera a basso costo dei lavoratori messicani beneficiando dei proventi del loro lavoro. Un atteggiamento che si traduce in una barriera lunga più di 1.000 chilometri paragonabile solo alla Muraglia Cinese, espressione di un capitalismo spietato che con le rovine del muro di Berlino ha contribuito ad erigere il grande muro planetario tra ricchi e poveri.

Lorenzo Ghetti

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Nato a Forlì, classe 1992, lavoratore precario e studente universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì. Appassionato di musica, cinema, calcio, letteratura e politica, consegue il diploma di ragioniere presso l'ITC Matteucci. Autore nel 2010 di un album musicale dal titolo "Olio su tela", l'anno successivo pubblica il suo primo libro, "Cortile interno". Dopo la breve esperienza di "Marcovaldo", periodico di cultura libertaria, inizia il suo percorso di militanza politica nel Partito della Rifondazione Comunista. Attualmente, prosegue l'attività politica in "Borroka", Collettivo Autogestito operaista di Forlì. Collabora con il quotidiano "4live" occupandosi di attualità politica e curando, inoltre, la rubrica calcistica di controtendenza "Calcio Eretico - Storie sul filo del fuorigioco" assieme ad Angelo Mattinò.