“Zagabria è Serbia”.
Nel settore ospiti dello stadio Maksimir dell’attuale capitale croata si leggeva questa frase, diretta e quanto mai premonitrice.
E’ il 13 maggio del 1990, va in scena Dinamo Zagabria-Stella Rossa di Belgrado, quella che è stata definita come la partita più famosa che non sia mai stata giocata, nonché l’inizio simbolico della Guerra dei Balcani. Quella frase ridondante negli striscioni sugli spalti di Zagabria proviene dai circa tremila tifosi dello Stella Rossa, guidati da un tale Zeljko Raznatovic, detto ‘Arkan’. Arkan non era altro che un criminale prestato al mondo del pallone, di quelli che purtroppo negli stadi a distanza di 24 anni da quel giorno continuano imperterriti a creare caos. Zeljko Raznatovic però si spinse oltre, e qualche mese dopo con lo scoppio della guerra, divenne capo di una delle milizie serbe più violente e sanguinarie. Fu poi condannato e assassinato nel 2000, mentre il capo della frangia estrema della Dinamo fu processato per crimini contro l’umanità nei confronti dei bosniaci.

Torniamo alla partita, la dura verità esplicitata senza mezzi termini è che, dell’incontro calcistico in sé quel giorno, a nessuno fregava nulla, forse nemmeno agli stessi giocatori. Il match di fatto non cominciò mai, si scatenò una violenta rissa tra le due fazioni di tifo, i quali pochi mesi dopo si sarebbero uccisi sui fronti opposti.
L’immagine simbolo di quel giorno e forse del triennio 1992-1995 fu il calcio di Zvone Boban, che all’epoca ad inizio carriera militava nella Dinamo Zagabria, ad un poliziotto jugoslavo. Quel poliziotto non era serbo, era bosniaco musulmano. Croati e serbi che guerrigliano tra loro, ma a pagare la conseguenze più care sono i bosniaci.

La Bosnia era la repubblica più multietnica della Jugoslavia, e fino agli accordi di Dayton del 1995 non è mai stata uno stato, questo rende ancora più complicata la faccenda perchè in Bosnia di fatto non vi erano “bosniaci” ma musulmani che non erano altro che serbi o croati convertiti, oltre che serbi ortodossi e croati cattolici. Era chiaro che gli impulsi nazionalistici di quel periodo potevano significare per i civili bosgnacchi l’inizio di un periodo tormentato condito da una spietata pulizia etnica e i fatti non smentirono ciò.
1995, Srebrenica: più di ottomila bosgnacchi uccisi dalle forze militari serbo-bosniache capeggiate da Ratko Mladic e dal presidente della Repubblica Serba del nazionalista Slobodan Milosevic, per quello che è il più grande sterminio di civili dalla seconda guerra mondiale ad oggi, un genocidio troppo spesso oscurato e dimenticato dall’Occidente. In totale i bosgnacchi uccisi nel triennio 1992-1995 supera le 60.000 persone tra soldati e civili.

La Bosnia-Erzegovina attualmente è un paese composto dalla Repubblica della Bosnia-Erezegovina, equivalente del 51 % del territorio abitato da croati e musulmani e dalla Repubblica Serba di Bosnia (Republika Srpska). Nonostante i trascorsi fraudolenti, gli accordi di Dayton che hanno posto fine alla guerra in Bosnia hanno sancito che Srebrenica facesse parte della Republika Srpska, decisione alquanto controversa e contraddittoria.
Quegli stessi accordi stipulati nella base americana di Dayton in Ohio, con cui si è conclusa la vicenda, senza per altro risolvere definitivamente la questione, come se si fosse messa una pietra sopra alla guerra ‘fratricida’ come la chiamarono in Usa. La verità è che governi e media hanno abilmente approfittato della situazione caotica dei Balcani per manipolare le reali cause del conflitto, conosciute come etniche/religiose ma che dietro a ciò celavano interessi politici ed economici delle grandi potenze europee e degli Stati Uniti.

Siamo nel 1992 e il crollo del muro di Berlino del 1989 delineò un nuovo assetto europeo e nuovi prospetti futuri.
Nella penisola balcanica si stava assistendo alla disgregazione della Jugoslavia, prima con le dichiarazioni d’indipendenza di Slovenia e Croazia poi con la guerra in Bosnia. La questione diplomatica fu affidata all’Onu, che agì in veste di spettatore, il quale lasciò spazio alla NATO soltanto dopo i fatti di Srebrenica, perchè a quel punto era divenuto impossibile insabbiare quello che stava accadendo. Nelle tv e nei giornali di tutto l’Occidente veniva presentata come una guerra tra milizie serbe contro milizie musulmane e croate, ipotizzando un’improbabile corazzata bellica dei croati e dei musulmani, i quali non avevano certo i contingenti per competere contro la ben più addestrata Serbia di Slobodan Milosevic. L’obiettivo di Milosevic era quello di annettere alla Serbia tutti quei territori al di fuori del paese popolati dalla popolazione serba, ovvero una piccola parte della Croazia e buona parte della Bosnia-Erzegovina, le modalità con cui farlo sono prevedibili in virtù dei fatti precedentemente raccontati.

Appare dunque lampante che parlare di vera e propria guerra come l’Europa e gli Stati Uniti hanno voluto far credere sembra piuttosto forzato. Quello che è accaduto a Sarajevo dal 1992 al 1995 è un vero proprio massacro terroristico a direzione unilaterale, sotto gli occhi “vigili” dell’Onu. La NATO, successivamente ebbe strada facile una volta accaduto lo sterminio di Srebrenica ponendo fine al conflitto attaccando i nazionalisti serbi, un’operazione diabolica quella americana, giustificando il loro intervento armato denunciando il massacro operato da Milosevic, ottenendo quello che già da prima dell’inizio del conflitto era stato deciso: la dissoluzione della Jugoslavia.

La questione balcanica continua a lasciare strascichi e il calcio diventa uno strumento sociale potente di rivendicazioni e tensioni che mai come in questa delicata situazione si tramutano in violenza.
Il caso più eclatante lo troviamo a Mostar in Bosnia, città dello Stari Most, il ponte che divide la parte est e ovest lungo il fiume Naverna. Venne abbattuto durante la guerra e ora divide la parte croata e cattolica della città da quella musulmana. Il crollo dello Stari Most è uno degli avvenimenti simbolo di quei sanguinosi anni e ha segnato quella che è la rivalità più violenta della storia del calcio: quella tra i croati dello Zrjnski situati ad ovest e i musulmani bosgnacchi del Velez, situati ad est. Prima della guerra esisteva solo il Velez, e i musulmani bosgnacchi rappresentavano la maggioranza degli abitanti, ora la parte est è ridotta ad un ghetto e vive nel degrado economico e sociale e lo stadio, in precedenza del Velez è diventato di proprietà dello Zrjnski, poiché situato nella parte ovest della città. Le sfide tra le due compagini, che militano nel campionato di massima divisione bosniaca, sono dettate dall’odio sugli spalti e la paura che si intravede nelle teste e nelle gambe dei giocatori, i quali spesso hanno subito aggressioni dai tifosi avversari.
Il derby di Mostar è una semplice partita di calcio che funge da metafora perfetta di una guerra che ha disseminato odio e che purtroppo continua a lasciare tracce indelebili di questioni irrisolte. Un odio creato, dissipato e crudelmente manipolato.