Il Club Deportivo Palestino nasce nella città di Osorno, nell’estremo sud del Cile, a metà fra l’Oceano Pacifico ed i fiumi glaciali delle Ande. Una geografia atipica quella di Osorno, ubicata nella zona più intensamente coltivata di tutto il Sud del mondo. In effetti, basta dare un’occhiata a qualche immagine per accorgersi che Osorno ha tutte le caratteristiche di una città nordeuropea: vegetazione lussureggiante, architettura spigolosa di influenza tedesca, fiumi, laghi e la catena andina innevata sullo sfondo. Praticamente, un angolo di  Westfalia nell’estremo sud dell’America Latina. Non a caso, verso la fine del ‘700, furono coloni tedeschi e austroungarici a rifondare la città dopo la “Gran Rebelion Mapuche” del 1598, che provocò la distruzione di sette città fondate dai “conquistadores” spagnoli a sud del fiume Bío-Bío. Successivamente, la città fu popolata da immigrati svizzeri, baschi, italiani, francesi e arabi, e il Deportivo Palestino fu fondato proprio da immigrati palestinesi il 20 agosto del 1920.

Il club approda al calcio professionistico nel 1952, partecipando alla Segunda División cilena classificandosi al primo posto, accedendo così alla massima divisione del calcio cileno. Un successo che cambierà gli assetti originali del club, che fino a quel momento permetteva la militanza ai soli giocatori di origine araba. Un’importante scelta societaria che favorirà l’ingaggio di giocatori prestigiosi come Francisco Hormazábal e Rodolfo Almeyda, innesti eccellenti che fecero guadagnare al Palestino l’appellativo di “millionarios”, che nel vocabolario del calcio sudamericano è da intendersi non proprio in senso positivo. Fino al 1970, il club milita nella massima serie, per poi intraprendere una staffetta tra prima e seconda divisione che gli permetterà, comunque, di conseguire importanti risultati, vincendo due titoli nazionali e due coppe del Cile.

Il club de “La Cisterna”, comune di Santiago dove nel 1988 venne trasferita la sede, utilizzò come stadio l’omonima “Cisterna” costruita nei primi anni ’80 dalla dittatura militare con una capienza massima di 12.000 spettatori e una precarietà in materia di sicurezza da fare invidia ad un qualsiasi stadio di una squadra di promozione campana. Anche per questi motivi, in occasione delle partite più importanti, il Palestino è costretto a giocare all’Estadio Nacional o al Santa Laura. Ma non è certo per questi motivi che ad oggi il Palestino è diventato un simbolo di resistenza, portando la lotta del suo popolo dentro un campo da calcio. Come? La storia è recentissima e ha suscitato non poche polemiche.

Per la stagione 2014, il Club Deportivo Palestino ha deciso di apportare modifiche alla sua divisa sostituendo al numero “1” l’immagine stilizzata della Palestina storica: quella prima del piano di spartizione dell’Onu, della guerra arabo-israeliana, dell’esodo palestinese e della progressiva occupazione militare illegale dei territori da parte di Israele. Una scelta stilistica dentro la quale è racchiuso un messaggio politico molto forte e che ha suscitato l’indignazione dei vari potentati asserviti ad Israele: dal presidente della comunità ebraica in Cile, Gerardo Gorodisher, al Centro Simon Wiesenthal, organizzazione statunitense che ha chiesto espressamente alla FIFA e alla federcalcio cilena di sanzionare il Palestino perché “colpevole di fomentare istinti terroristici”. Ma il club de “La Cisterna” non si è fatto intimidire da queste accuse farneticanti e ha continuato ad esibire orgogliosamente la “camiseta tricolor” con quel peculiare dettaglio dentro il quale sono racchiusi la sofferenza e lo spirito di resistenza di un intero popolo che lotta per la dignità e per el derecho de vivir en paz, “il diritto di vivere in pace” cantato da Victor Jara alla vigilia del golpe e della sua uccisione nel 1973. Dignità che anche piccoli ma significativi gesti come questo contribuiscono a  rendere sempre più preziosa.

Lorenzo Ghetti

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Nato a Forlì, classe 1992, lavoratore precario e studente universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì. Appassionato di musica, cinema, calcio, letteratura e politica, consegue il diploma di ragioniere presso l'ITC Matteucci. Autore nel 2010 di un album musicale dal titolo "Olio su tela", l'anno successivo pubblica il suo primo libro, "Cortile interno". Dopo la breve esperienza di "Marcovaldo", periodico di cultura libertaria, inizia il suo percorso di militanza politica nel Partito della Rifondazione Comunista. Attualmente, prosegue l'attività politica in "Borroka", Collettivo Autogestito operaista di Forlì. Collabora con il quotidiano "4live" occupandosi di attualità politica e curando, inoltre, la rubrica calcistica di controtendenza "Calcio Eretico - Storie sul filo del fuorigioco" assieme ad Angelo Mattinò.