“La dittatura militare argentina […] godeva di buona salute e per provarlo organizzò l’undicesimo campionato del mondo di calcio. Parteciparono dieci paesi europei, quattro americani, Iran e Tunisia. Il Papa inviò la propria benedizione. Al suono della marcia militare, il generale Videla decorò Havelange nella cerimonia di inaugurazione, nello stadio Monumental di Buenos Aires. Ad alcuni passi da lì, era in pieno funzionamento l’Aushwitz argentino, il centro di tormento e sterminio della Scuola Meccanica dell’Esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei gettavano i prigionieri vivi in fondo al mare. “Alla fine il mondo può vedere la vera immagine dell’Argentina”, celebrò il presidente della Fifa davanti alle telecamere. Henry Kissinger, inviato speciale, annunciò “Questo paese ha un grande futuro”. E il capitano della squadra tedesca, Berti Vogts, che diede il calcio d’inizio, alcuni giorni dopo dichiarò: “L’Argentina è un paese dove regna l’ordine. Io non ho visto nessun prigioniero politico”.”

(tratto da Eduardo Galeano – “Splendori e miserie del gioco del calcio”)

È l’11 marzo del 1973 quando in Argentina, a 10 anni dalle ultime libere elezioni, venne eletto presidente un peronista di sinistra, Hector José Campora. Pochi mesi dopo, il 13 giugno dello stesso anno, il presidente rinunciò per permettere nuove elezioni senza proscrizioni, nelle quali Juan Domingo Perón, recentemente tornato dall’esilio in Spagna, trionfò con un’ampia maggioranza nelle elezioni a doppio turno. È il 20 giugno del 1973, e all’aeroporto Ezeiza di Buenos Aires ad accoglierlo ci sono oltre 3 milioni di persone. Tra questi, erano presenti entrambi gli schieramenti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra peronista. Da una parte, i fedeli di José López Rega e della “Tripla A”, l’organizzazione paramilitare anticomunista da lui fondata di cui faceva parte anche Stefano Delle Chiaie, lo stesso che aveva lavorato all’Operazione Gladio ed accusato di aver avuto un ruolo nell’attentato di Piazza Fontana. Dall’altra, i Montoneros, la sinistra cattolica terzomondista. Lo scontro tra i due gruppi provocò 13 morti e centinaia di feriti. Da quel momento si delineò una marcata e definitiva cesura tra il peronismo di sinistra ed il peronismo di destra, quest’ultimo più influente rispetto alla linea politica conservatrice intrapresa da Perón, che morì improvvisamente d’infarto il 1° luglio del 1974, lasciando il posto a sua moglie, Isabelita Perón. Ma i problemi economici, la crisi all’interno del partito e il crescente terrorismo davano il netto segnale che la democrazia avesse i giorni contati. Difatti, un golpe militare guidato dal generale Jorge Rafael Videla, prese il potere il 24 marzo del 1976. Fu l’inizio di un’atroce dittatura militare e del “Processo di Riorganizzazione Nazionale”. Fu l’inizio della “guerra sucia”, la guerra sporca.

In tutto questo, per poter allacciare il discorso all’ambito calcistico, c’è da fare qualche passo indietro – poco più di un secolo – verso la seconda metà dell’Ottocento. Il calcio, introdotto in Argentina dai britannici, stava dilagando nei quartieri periferici della città e nel 1867 venne fondata la prima squadra del Paese, il Buenos Aires Football Club. Praticato da tutti, il calcio divenne ben presto lo sport dei poveri, giocato nelle estreme periferie urbane delle città argentine. E proprio dalle periferie nacquero squadre come il Rosario Central o il Boca Juniors, radicate nei “barrios”, che garantivano anche un’istruzione ai ragazzi e fornivano supporto sociale, diventando – in qualche modo – strutture democratiche e partecipate, dove all’interno dell’organizzazione stessa del club le decisioni venivano prese in maniera collettiva. Negli anni il calcio argentino subì una mutazione, tant’è vero che nei primi anni ’60 le squadre e la stessa nazionale argentina avevano acquisito una certa fama per un modo di giocare al calcio molto rude e per i comportamenti dei giocatori eccessivamente duri, al limite della brutalità. Tutto ciò contribuì a provocare al calcio argentino una serie di sconfitte piuttosto gravi, tant’è che nel 1970 la nazionale albiceleste non riuscì a qualificarsi per i mondiali e quattro anni dopo venne eliminata al primo turno. Urgeva una rivoluzione. Urgeva un ritorno al calcio come eleganza, come bellezza, tipico della tradizione e della cultura argentina ancestrale. La proiezione di questo ritorno alla bellezza calcistica si identificava nella figura di Cesar Luis Menotti, “el flaco”, chiamato a guidare la nazionale per i mondiali del 1978, quelli – appunto – che si disputarono in Argentina, in uno scenario drammatico e surreale, dove i boati per i gol di Mario Alberto Kempes nascondevano il fragore degli “aerei della morte” che sorvolavano gli stadi trasportando i desaparecidos pronti per essere gettati in mare ancora vivi.

Nel 1976, a tre mesi di distanza dalla presa di potere da parte del terribile triumvirato “Massera-Agosti-Videla”, la giunta militare argentina si incontrò ufficialmente con il segretario di Stato americano Henry Kissinger. Quest’ultimo, diede il suo totale appoggio alla cosiddetta “guerra sucia”, la politica di repressione e uccisione dei dissidenti politici messa in atto dalla giunta. I dissidenti politici, o sospettati tali, così come semplici cittadini che si ritenesse avessero idee anche blandamente di sinistra o socialisteggianti, venivano rapiti per poi sparire per sempre. Si ritiene che, tra il 1976 e il 1983, in Argentina, sotto il regime della Giunta militare, siano scomparsi fino a 30.000 dissidenti o sospettati tali su 40.000 vittime totali. Le modalità di sequestro e di sparizione delle vittime della repressione fu ideata per perseguire due obiettivi: il primo era quello di evitare quanto verificatosi a seguito del Golpe cileno del 1973, che aveva portato al potere la Giunta militare comandata dal generale Pinochet, dove le immagini della prigionia dei dissidenti nello stadio Nacional di Santiago del Cile avevano fatto il giro del mondo, sollevando l’indignazione e l’interessamento delle associazioni per la difesa dei diritti umani. L’assoluta segretezza degli arresti, viceversa, garantì per lungo tempo al regime militare argentino una sorta di “invisibilità” agli occhi del mondo: dovettero passare infatti almeno 4 o 5 anni dall’inizio della dittatura prima che all’estero si iniziasse ad avere una percezione esatta di quanto stesse accadendo in Argentina. Il secondo era quello di terrorizzare la popolazione, attraverso la mancata diffusione di notizie in merito alla sorte degli arrestati, limitando in questo modo fortemente non solo ogni possibile dissenso al regime ma anche la semplice richiesta di notizie da parte dei parenti. Ciò nonostante, i governi di mezzo mondo e le autorità del calcio, al corrente dei crimini tremendi perpetrati dalla giunta militare, scelsero ugualmente di disputare quei mondiali in Argentina. Anziché emarginare un regime criminale e denunciare fatti di infinita gravità, i mondiali del 1978 si trasformarono in un’autentica esaltazione della dittatura militare. Anche grazie alla vittoria annunciata dalla squadra argentina, favorita da arbitraggi e inganni, i campionati del mondo vennero usati da Videla per distogliere l’attenzione dalla realtà sia al popolo argentino che al resto del mondo, cercando di offrire un’immagine di normalità. Ingenti furono i costi della manifestazione, il tutto “perché si diffondesse ai quattro venti il sorriso di un Paese felice sotto la tutela dei militari”, come riporta Eduardo Galeano. A pochi mesi dal fischio d’inizio venne lanciata l’operazione “El Barrido”. Furono completamente rasi al suolo i quartieri malfamati alla periferia di Buenos Aires, facendo evacuare gli abitanti nella provincia di Catamarca. A Rosario, lungo il viale principale, per nascondere agli occhi del mondo la povertà delle periferie, venne eretto un muro con dipinte immagini di ville lussuose. Nel frattempo le persecuzioni si intensificarono e perché l’obiettivo della dittatura potesse dirsi realizzato, era indispensabile non solo disputare il mondiale ma fare in modo che l’albiceleste lo vincesse. El Flaco Menotti, di idee sicuramente non vicine alla dittatura militare, venne confermato alla guida della nazionale diventando uno strumento del regime. Dopo una prima fase non pienamente convincente, iniziata con la sconfitta contro l’Italia, l’Argentina si qualificò per il girone di semifinale con Brasile, Polonia e Perù. L’argentina giocò contro il Perù e sapendo che le bastavano 4 gol di scarto per andare in finale. Quella partita passò alla storia come la “marmelada peruana”.

Argentina – Perù è una delle partite più contestate di tutta la storia del calcio. I primi sospetti di combine emergono già alla lettura delle formazioni. In porta per il Perù c’era infatti “El loco” Quiroga, argentino naturalizzato peruviano un anno prima del mondiale. L’Argentina vinse 6 – 0 e si qualificò per la finale contro l’Olanda. Anni dopo Quiroga ammetterà la combine, ma i lati da chiarire sulla vicenda sono ancora molti. Negli anni seguenti uno dei giocatori chiave della nazionale peruviana, Josè Velazquez, portò alla luce strani episodi che avevano animato la vigilia, compresa la visita negli spogliatoi del generale Jorge Videla in compagnia del segretario di Stato americano Henry Kissinger. Si dice, inoltre, che prima della partita il governo argentino regalò un milione di tonnellate di grano al Perù e venne aperta una linea di credito di 50 milioni di dollari. Da chi arrivava quel denaro? Stando alla confessione del figlio di un boss, dal cartello dei narcotrafficanti colombiani di Cali. Fatto sta che l’argentina era in finale e sugli spalti dell’Estadio Monumental di Buenos Aires c’erano 80mila spettatori. Tra questi, in tribuna d’onore era seduto Videla con la sua giunta e accanto a loro Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, di cui era membro anche Lopez Rega, e il cui “Piano di Rinascita Democratica” riecheggiava molto da vicino “El Proceso” di Videla. Finì 3 – 1 per l’Argentina dopo i tempi supplementari. Videla aveva vinto. Le urla di gioia che provenivano dallo stadio riecheggiavano sicuramente fino alle finestre dell’”Escuela de Mecanica de la Armada”, uno dei centri di tortura del regime, a trecento metri di distanza dallo stadio. Da lì passarono circa 5000 detenuti, oltre il 90% dei quali scomparve dopo giorni di torture e umiliazioni disumane.

Chissà “El flaco” Menotti, dopo l’ennesima sigaretta, cosa pensò quella sera. Col suo calcio fatto di bellezza ed eleganza aveva contribuito ad aiutare il regime portando la nazionale alla vittoria, o si era opposto alla dittatura facendo trionfare la bellezza sulla forza?

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Nato a Forlì, classe 1992, lavoratore precario e studente universitario presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì. Appassionato di musica, cinema, calcio, letteratura e politica, consegue il diploma di ragioniere presso l'ITC Matteucci. Autore nel 2010 di un album musicale dal titolo "Olio su tela", l'anno successivo pubblica il suo primo libro, "Cortile interno". Dopo la breve esperienza di "Marcovaldo", periodico di cultura libertaria, inizia il suo percorso di militanza politica nel Partito della Rifondazione Comunista. Attualmente, prosegue l'attività politica in "Borroka", Collettivo Autogestito operaista di Forlì. Collabora con il quotidiano "4live" occupandosi di attualità politica e curando, inoltre, la rubrica calcistica di controtendenza "Calcio Eretico - Storie sul filo del fuorigioco" assieme ad Angelo Mattinò.