I libri di Mario Maiolani alla Festa Artusiana

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Alle ore 21,00 di lunedì 24 giugno, nell’ambito della Festa Artisiana, presso la piazzetta Berta e Rita di Forlimpopoli, verranno presentati i libri che Mario Maiolani ha dedicato ai modi di dire, ai proverbi e ai detti romagnoli. In particolare sarà l’occasione per proporre l’ultimo volume: “Perchè in Romagna si dice così“, appena editato dalla Società Editrice Il Ponte Vecchio di Cesena. Con questo terzo libro un’ulteriore possibilità di ragionare sul destino del nostro dialetto. Condurrò la serata e per l’occasione proporrò nuovi e divertenti aneddoti sulla Romagna e i romagnoli. La serata sarà allietata dal fisarmonicista Giuseppe Tedaldi. 

Uno dei maggiori studiosi dei problemi linguistici, il filosofo e logico austriaco Ludwig Wittgenstein (1869 – 1951 ), ha sostenuto: «La nostra lingua è come una vecchia città: un labirinto di viuzze e di larghi, di case vecchie e nuove, di palazzi ampliati in epoche diverse e, intorno, la cintura di nuovi quartieri periferici, le strade rettilinee, regolari, i caseggiati tutti uguali». Come le città sono in continua trasformazione, così anche la lingua è in continua evoluzione e oggi per i dialetti ci si avvia verso la periferia con strade rettilinee e regolari. Parleremo ancora in dialetto? È questa la domanda che si pongono tutti i cultori delle lingue locali. E fino a quando? E come? I mezzi di comunicazione di massa, prima la Tv, ora Facebook e Twitter, le correnti migratorie stanno sommergendo le parlate locali. A mio avviso, la sorte dei dialetti non è affatto segnata. Perché le lingue si trasformano, si annacquano, assorbono elementi esterni. È stato detto che “vivono come un organismo mescolato a altri organismi”.

Non a caso diverse trasformazioni sono già avvenute. Il dialetto non ha più prodotto parole, modi di dire, detti e proverbi nuovi (anche da questa considerazione si può comprendere l’importanza dei tre volumi che Maiolani e la casa editrice Il Ponte Vecchio hanno dato alle stampe), ma ha preso il lessico e le locuzioni dalla Tv, dalla radio, dai giornali, dalla pubblicità, e così via, traducendoli direttamente nella sua morfologia e nella sua sintassi. Continueremo a prendere dall’italiano tutte le parole e le locuzioni della politica, dell’economia, dello sport, dello spettacolo e porteremo direttamente nel dialetto anche le parole straniere pronunciandole secondo le nostre norme. Infatti sono entrate nel parlare quotidiano, sia in italiano sia in dialetto, parole come handicap, cross, camping, computer, week end, container, killer, night, eccetera. Non nasceranno più modi di dire originali, ma li prenderemo dall’italiano e li tradurremo direttamente. In molti casi avremo due lingue uguali nei contenuti ma diverse solo nella forma.

Nella società motorizzata e automatizzata, che ha le stesse manifestazioni in tutto il territorio nazionale, avremo invece le stesse immagini. Come abbiamo preso dall’italiano: partir in quérta, in fes d’aviamént, esser sò ‘d zir, non ingrane, l’è in rudag, un s’è imbale, così prenderemo dalla lingua nazionale tutte le sue immagini. Sarà sicuramente un dialetto un po’ diverso. Non più quello parlato fino a qualche decennio fa che invece ritroviamo nei libri di Maiolani. Anche se continuerà a essere, come ebbe modo di dire Tonino Guerra “una lingua piena di sudore, che ha le sue bestemmie, è una lingua che ti parla direttamente al cuore, perché c’è poco da dire, se stai male e qualcuno ti viene vicino e ti chiede come stai, hai come l’impressione che ti faccia un impacco. Se qualcuno ti chiede: ” Coma stet? “, senti che ti sta parlando con un chiodo dentro, e ti vuole levare le parole, e ti vuole levare una tua confessione, e lo senti vicino”.

Su questi temi sono sicuro che continueremo a discutere molto a lungo. Mentre c’e’ un oggetto in Romagna che mette tutti d’accordo nel considerarlo l’emblema di una regione: la caveja. Non a caso Maiolani chiude giustamente questo terzo libro dando risalto a questo attrezzo di lavoro e nel contempo strumento per rituali magici. La caveja era vista anche come una sorta di scettro per la sua bella fattura. Questo spiega l’usanza diffusa un tempo in alcune zone della Romagna di consegnarla alla più bella tra le ragazze che, nelle ultime tre sere di febbraio e nelle prime tre di marzo, ballavano attorno ai fuochi nei campi per fare “lóm a mêrz”.
Nel corso della prima metà del Novecento l’opera di artigiani e artisti consacrò e diffuse questo simbolo rappresentandolo in mille modi su tele stampate, su coperte, quadri, incisioni, libri e riviste. Spesso la caveja era ed è accompagnata dalla raffigurazione di un gallo, posta ai suoi piedi o all’interno della pagella, a rafforzare il simbolo di una Romagna maschia (dove però il ruolo delle donne era ed è essenziale) e operosa, di gente sempre vigile nella difesa della sua terra e nella proclamazione dei suoi diritti. Non a caso sulla facciata del Palazzo Comunale di Forlì, al di sotto della cornice superiore, a fianco della scritta MUNICIPIO, da una parte, a sinistra, troviamo l’aquila sveva, l’elemento principale del gonfalone della città, e dall’altra parte proprio un galletto con la zampa protesa a reggere la caveja. Quella stessa caveja che è diventata simbolo della Romagna fin dal 1922 quando Aldo Spallicci propose nel corso di un congresso degli ex Combattenti di adottare una bandiera che avesse una valenza regionale. Ecco le parole che pronuncio’ per illustrarla: “Abbiamo tolto dalle vostre camicie garibaldine il rosso della fede infiammata di Romagna e l’abbiamo unito a un lembo d’azzurro dei nostri cieli. Mani di gentildonne hanno su questo campo sereno, trapunto in fila d’oro un fregio della nostra schietta arte popolare. E a sommo dell’asta non l’arme acuminata della lancia, ma il simbolo armonioso del lavoro agreste, ma il trofeo musicale che accompagna cantando la fatica dei dissodatori del solco”. Tale bandiera fu significativamente inaugurata al Capanno Garibaldi il 19 marzo 1922, come segno di continuità con le battaglie e gli ideali risorgimentali. Ed è attorno alla stessa bandiera, rifatta per l’occasione, che le quindici municipalità del comprensorio forlivese si sono ritrovate il 14 marzo 2013, su proposta del sindaco di Forlì, lo storico Roberto Balzani, mettendo da parte per l’occasione i rispettivi gonfaloni credendo che un solo simbolo possa identificare meglio le nostre comunità e le loro aspirazioni. La scelta del giorno non è stata casuale ricorrendo il quarantennale della morte di Spallicci. È stata una cerimonia importante, chi scrive ha rappresentato il Comune di Dovadola, e senza nulla togliere alle manifestazioni che verranno organizzate durante il corso di quest’anno per ricordare Spallicci, sono certo che dello stesso valore simbolico, culturale e politico di quella di Premilcuore sarà molto difficile prevederne.

Gabriele Zelli

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Ex sindaco di Dovadola, classe 1953, dal 1978 al 1985 dipendente del Comune di Dovadola. Come volontario in ambito culturale è stato dal 1979 al 1985 responsabile della programmazione del Cinema Saffi e dell'Arena Eliseo di Forlì e dal 1981 al 1985. Coordinatore del Centro Cinema e Fotografia del Comune di Forlì. Nel giugno 1985 eletto Consigliere comunale e nell'ottobre 1985 nominato Assessore comunale di Forlì con deleghe alla cultura e allo sport. Da quell'anno ha ricoperto per 24 anni consecutivi il ruolo di amministratore dello stesso Comune assolvendo per tre mandati le funzioni di Assessore e per due a quella di Presidente del Consiglio comunale. Dirigente e socio di associazioni culturali, sociali e sportive presenti in città e nel comprensorio. Promotore di iniziative a scopo benefico. E' impegnato a valorizzare il patrimonio culturale, storico e artistico di Forlì e della Romagna. A tale scopo dal 1995 ha organizzato una media di oltre 80 appuntamenti annuali, promuovendo anche interventi di recupero del patrimonio architettonico di alcuni edifici importanti o delle loro parti di pregio. Autore di saggi e volumi, collabora con settimanali, riviste locali e romagnole. Dirigente dal 1998 di Legacoop di Forlì-Cesena in qualità di Responsabile del Settore Servizi. Nel 1997 è stato insignito dell'onorificenza di Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana.