“Le ciliegie non sono mature” di Angelo Fabbri

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Martedì 24 aprile, alle ore 17,00 al Centro Culturale San Francesco di via Marcolini 4 a Forlì presentazione del primo volume di «Diogene Edizioni» “Le ciliegie non sono mature“. Cronaca della seconda “trafila romagnola” di Angelo Fabbri. Relatori: Luciano Foglietta, Marco Viroli e Gabriele Zelli. Interverranno: Colomba e Maria Pia Fabbri e l’editore Alessandro Cogoli. 

La trafila che, nell’agosto del 1849, portò in salvo Giuseppe Garibaldi mosse dalle spiagge dell’Adriatico a quelle del Tirreno. La “seconda trafila” romagnola, di cui si tratta in Le ciliegie non sono mature, seguì il percorso inverso ed ebbe inizio l’8 settembre 1943, quando a seguito dell’Armistizio, nove generali e comandanti dell’esercito inglese vennero liberati da un campo di concentramento italiano, situato all’interno del castello di Vincigliata, poco distante da Fiesole. Tra questi vi erano alcuni dei più importanti nomi dell’esercito inglese: Owen Tudor Boyd, Philip Neame e Richard O’Connor.

Da quel momento iniziò una vera e propria odissea che vide come prima tappa Arezzo. Dalla città toscana furono trasferiti in gran segreto sui monti della Romagna, con la convinzione che lo sbarco alleato sarebbe presto arrivato in Adriatico. In realtà, come sappiamo, le cose andarono diversamente e un po’ più per le lunghe. I generali inglesi, tra cui alcuni Sir, Lord e un Pari d’Inghilterra, furono nascosti presso l’Eremo di Camaldoli e da lì spostati per sicurezza nel territorio di Santa Sofia, tra la Seghettina e Strabatenza, letteralmente catapultati in un’impervia zona sotto il crinale delle più alte vette dell’Appennino tosco-romagnolo.

Attraverso mille peripezie, con ogni mezzo di locomozione e in modi rocamboleschi, i generali giunsero sulle rive dell’Adriatico, sempre scortati e protetti dai partigiani e dai romagnoli antifascisti. Dopo diversi tentativi di imbarco, andati disattesi per colpa della cattiva organizzazione dei servizi alleati che dovevano raccogliere in mare i fuggitivi, i generali riuscirono a imbarcarsi su un peschereccio che da Riccione, il 18 dicembre 1943, li condusse fino alle Tremiti e da qui a Termoli e alla libertà tra le linee alleate.

Il 21 dicembre un aereo inglese li portò a Tunisi dove li attendeva Winston Churchill, quindi vennero rimpatriati con un volo speciale e a Natale poterono infine riabbracciare le loro famiglie. Fu un’operazione ardita che contribuì immensamente a migliorare il parere che gli Inglesi avevano nei nostri confronti e in generale i rapporti tra Gran Bretagna e Italia. Gli uomini che ne furono artefici furono considerati oltre Manica dei veri e propri paladini della libertà: Bruno Vailati, Tonino e Arturo Spazzoli, Arturo Nanni, Lorenzo Rossi, Renato Cagnazzo,… Tra tutti spicca la figura di un gigante del Novecento italiano: Bruno Vailati, grande amante della parola “libertà”, la cui vita avventurosa continuò anche dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Egli divenne infatti regista specializzato in riprese subacquee ed è oggi considerato (insieme ad altri illustri personaggi, quali Jacques-Yves Cousteau e Folco Quilici) uno dei padri della moderna oceanografia, nonché pioniere e divulgatore dei temi inerenti al mondo marino. Questo libro raccoglie il racconto dettagliato di come si svolse la vicenda e fu scritto da Angelo Fabbri sulla base di testimonianze di chi visse quei momenti, primo tra tutti proprio il carissimo amico Bruno Vailati.

Questo incredibile personaggio era di casa a Forlì, tanto che Colomba, sorella di Angelo, ricorda: “Gli preparavamo tagliatelle e pollastrini fritti che gli piacevano tanto”. Quello che sorprende nella lettura di Le ciliegie non sono mature” è che la prosa – nonostante si tratti evidentemente di appunti sui quali le sorelle, per ovvi motivi sentimentali e di rispetto, non hanno voluto che si intervenisse – è scorrevole e la narrazione risulta a tratti avvincente. Molti dei particolari raccontati da Angiolino Fabbri oltretutto non apparvero nemmeno nel più scarno diario pubblicato in Inghilterra da Philip Neame, uno dei generali salvati protagonisti della “trafila”.

La cronaca dell’avventurosa vicenda ben si presterebbe per la sceneggiatura di un film e ci pare strano che ancora nessuno abbia pensato ad attingervi. Spesso si va alla ricerca di soggetti esotici o lontani quando di materiale interessante se ne troverebbe avendo l’accortezza di spulciare nella nostra grande storia locale. Per riportare a casa questi uomini si mise in moto una gara di solidarietà che, sfidando il plotone d’esecuzione nazista, mobilitò mezza Romagna, dando luogo a una delle più belle pagine della Resistenza Romagnola.

L’azione eroica, che anche grazie allo scritto di Antonio Fabbri resterà a imperitura memoria, fu messa in atto non solo da partigiani ma anche da un gran numero di persone comuni. Per cosa si mosse tutta questa gente rischiando la propria vita? A spingerli fu soprattutto il rifiuto del fascismo e dell’ingiustizia, l’orgoglio di dimostrare al mondo che esisteva un’Italia diversa, desiderosa di riscatto, ben determinata a recuperare la dignità perduta. Leggendo queste pagine si incontrano uomini e donne che rischiarono la propria vita per la libertà delle generazioni future, Italiani da cui non si può prescindere e che, specialmente in tempi bui per la repubblica e la democrazia, dovrebbero essere presi a esempio di coraggio, di responsabilità e di civiltà.

A seguito della liberazione dei nove alti ufficiali inglesi gli alleati iniziarono ad allestire missioni speciali con il preciso compito di assistere i partigiani romagnoli. Al tempo stesso cominciarono a far piovere dal cielo armi, munizioni, medicinali e viveri. Scrive Angelo Fabbri in Le ciliegie non sono mature: “l’Italia, grazie ai sacrifici dei suoi uomini liberi combattenti, divenne uno Stato libero e non conobbe l’onta dell’occupazione alleata, come accadde alla Germania”. Il mondo ideale degli uomini che hanno portato a compimento la cosiddetta “trafila”, la cordata che salvò dalle grinfie tedesche un numeroso gruppo di generali inglesi ex prigionieri di guerra in Italia, è certamente un ampliamento ed una precisazione ulteriore di quello che in Romagna dal 1943 al 1945 fu il coraggioso, spericolato comportamento degli appartenenti all’U.L.I. (Unione Lavoratori Italiani), un embrione di partito politico antifascista che avrebbe dovuto operare in Italia dopo la sconfitta del nazismo e del fascismo.

Questi idealisti al momento giusto divennero pragmatici ed agirono in maniera perfetta. Angelo Fabbri, l’autore di queste pagine appena diciassettenne ma già maturo per affrontare consapevolmente il mondo dell’intrigo e dell’eroismo in una Romagna sotto il tallone di Hitler in complicità (forse costretto?) con Mussolini, mostra con l’esempio lo sprezzo della propria vita pur di contribuire a sconfiggere il nazifascismo, quello che egli riteneva fosse il male assoluto”. (Dalla prefazione di Luciano Foglietta). Nostro fratello Angelo Fabbri (Angioletto), il 4 novembre 1987, di ritorno da Brescia, perse la vita in un tragico incidente stradale.

A 25 anni dalla scomparsa abbiamo ritenuto nostro obbligo morale pubblicare il memoriale in cui negli anni Settanta ricostruì la gloriosa vicenda della fuga dei generali inglesi, affinché ne resti la memoria ed egli ne sia degnamente e giustamente onorato”. (Colomba e Maria Pia Fabbri) Angelo Fabbri, Angioletto per familiari e amici, nacque nel 1926 e visse in una famiglia di tradizioni laiche, risorgimentali e di impegno politico. Assieme al fratello Venanzio, di un anno maggiore, fu educato dal padre ai principi della libertà, al senso della responsabilità civile e alla rigorosa coerenza morale.

La lettura delle opere di Benedetto Croce e l’amicizia con componenti del clandestino P.I.L. (Partito Italiano del Lavoro), contribuirono alla sua maturazione ideologica. L’8 giugno 1944, la drammatica scomparsa del fratello Venanzio, investito da un camion tedesco, lo spinse nell’agosto dello stesso anno, non ancora diciottenne, a congiungersi all’VIII Brigata Garibaldi che combatteva sull’Appennino Romagnolo. Dopo la liberazione di Forlì entrò a fare parte dello O.S.S. americana (Office of Strategic Services) per continuare ad operare nella Resistenza nelle zone italiane ancora occupate.