Evanescence: recensione

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Diciamocelo: gli Evanescence sono sempre stati il giusto “contorno” alla gigantesca presenza scenica della goth leader Amy Lee. E non che ci sia dispiaciuto, ma questo album va nella direzione completamente opposta: dimostrare che c’è una band oltre una grande leader. Con risultati incoraggianti… Amy ha iniziato a lavorare su questo album nel 2009 con Steve Lillywhite, produttore, con una data di uscita attesa a fine 2010. Ma si è anche accorta quasi subito che affidarsi a lui sarebbe stato un “suonare le canzoni di un altro con lo stile di un altro”. Scaricato quindi Lillywhite per un altro produttore, Nick Raskulinecz, gli Evanescence – tutti insieme – si sono chiusi in sala e hanno dato vita all’album che ora possiamo ascoltare. Il sound c’è tutto, e ci sono anche quelle componenti che ci sono soltanto quando una band è… una band. La stessa Amy ha confessato che questo album è una dichiarazione di amore per il gruppo, e una ritrovata collaborazione con gli altri membri della band.

L’album può essere descritto come goth rock con elementi di nu metal, un sacco di elettronica e strumenti ad arco per aggiungere una vena un po’ pop. Che però, se negli scorsi album serviva come cornice alla prorompente Amy, qui invece riveste un ruolo importante essendo un elemento interessante a sé stante. Addirittura possiamo trovare un’arpa, suonata da Amy stessa. Probabilmente la metà delle canzoni sono più pesanti, con ottimi riff e linee di chitarra, e alcuni semplici ma efficaci assoli. L’altra metà delle canzoni sono più elettroniche o acustiche.

La voce di Amy Lee è fenomenale come sempre, anche se forse in quest’album il mixaggio le è leggermente sfavorevole (ho letto che alcuni fan, “puristi” della voce della cantante, sono rimasti delusi dalla voce troppo bassa rispetto al volume della musica, a volte troppo cacofonica).
I suoi testi riguardo la depressione, le relazioni, l’amore sono oramai un marchio di fabbrica, anche se ho avuto l’impressione che il tentativo di trovare un’identità come band si sia riflesso anche sui testi stessi. “Do what you, what you want / If you have a dream for better / Do what you, what you want / ‘Til you don’t want it anymore” ne è un fulgido esempio.

Ci sono cinque o sei canzoni che realmente spiccano su tutto il resto, e il resto peraltro è molto molto solido, ben fatto, e contribuisce a dare coerenza al tutto. Sick, What You Want, Made of Stone, Never Go Back e Secret Door sono le mie preferite, quelle che consiglierei di ascoltare per farsi un’idea dell’album.
Mi piace la direzione che il gruppo ha preso, la voce di Amy e il contesto in cui i membri si sono calati. Non tutte le tracce finiranno sul mio iPod, ma consiglio comunque l’acquisto dell’album anche ai non-fan. Mi piacerebbe vedere qualcosa di nuovo molto, molto presto, e chissà che non sia accontentato!

Gabriele Galletti