“Conoscenza del vento” di Marco Bini

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Sabato 29 ottobre, alle ore 17,30, nella saletta Banca di Forlì di Via Bruni, 2 a Forlì, ci sarà la presentazione del libro di Marco Bini “Conoscenza del vento” (Giuliano Ladolfi Editore), un incontro promosso dall’Associazione Culturale Poliedrica.
La prima raccolta di Marco Bini è dedicato all’inverno e allo stile, due aspetti che sembrerebbero estranei a una concezione giovane della poesia. Bini è molto giovane, in effetti, ma non si nega il lusso di partire controcorrente.
Nell’inverno la neve è fredda e ardente allo stesso tempo e la scrittura viva e pensata di chi ha stile non lo può essere di meno. Basta, nel caso dell’Autore, affidarsi a qualche suo incipit. «Ancora ci sorprende il planare a mezzaluna di una foglia»; «L’avvenire fu un bolide arrogante»; «Un mistero rimase come appaia / il presente, d’incanto», e il bellissimo «Perché non sia la nebbia un infarto a mezz’aria delle cose», versi che possono richiamare lo stile dei maggiori (Emilio Rentocchini).
Marco Bini è nato nel 1984, e abita a Vignola (MO). Si è laureato in lettere moderne all’Università di Bologna. Oltre a scrivere poesie, saggi e traduzioni, è molto attivo nell’associazionismo culturale del suo territorio, e collabora con l’organizzazione di Poesia Festival in provincia di Modena. Suoi testi sono apparsi sull’antologia Pro/testo (Fara edizioni, Rimini, 2009) e sulla rivista «Ali» (Edizioni del Bradipo, Lugo di Romagna). Ha vinto il Premio De Palchi-Raiziss 2010 di Verona e la sezione «Cantiere» del Premio Renato Giorgi 2010 della rivista «Le Voci della Luna». Collabora con la rivista «Farepoesia» di Pavia.
– Premio San Domenichino – Città di Massa: segnalazione
– Premio Antica Badia di San Savino: terzo posto
– Premio Città di Penne Opera Prima: finalista

da Conoscenza del vento
*** Se non l’avessi visto coi tuoi occhi, sarebbe soltanto un lontano ricordo della naia, o un relitto della Storia; e invece li hai visti lì, intermittenti ed ebeti negli sbuffi dei loro fiati, allineati nel parcheggio, lo sguardo fisso in basso dei cercatori d’oro, serrando forte i denti e trattenendo la pelle d’oca.
A casa si è fatto giorno col trillo della sveglia e il gargarismo della caffettiera;
al cantiere col tuonare di un portone e lo sconquasso di lamiera. Poteva venirti in mente la scena di un vecchio film, o lo schema sul libro che usavi a scuola; un veliero che punta a occidente, la stiva colma di africani, la prora
in bilico sul mare; oppure una petroliera, in partenza da Bassora.
*** Non ti chiedo un rimborso in denaro per il disturbo, solo quel briciolo di tempo mi occorre che adoperi la sera tra la doccia e le lenzuola per tastare il polso alla tua vita inondato dalla luce dello schermo, un apostolo. Ti chiedo questa cosa: riuscirai a non farti prendere dal panico, intendo alla prospettiva delle cose che domani tiene in serbo per noi? Non sentirti tuo più in là del pianerottolo, rientrare nel personaggio, affiancare come sempre il cucchiaio e la forchetta, raccogliere i tuoi avanzi e ricomporli dopo cena. Ritmo, fegato, pazienza: questo non ci manca. Potremmo farne a meno, noi come pellerossa carponi sulle traversine, se il minimo sussulto non ci allarmasse nel battere dell’ordinario? Se non fossimo sempre pronti a farci un altro goccio. Se non ci ficcassimo in bocca spazzolino e lima, per lavarli, i denti, e affilarli.
*** La piazza quaggiù è il quadrato: siamo tutti stretti alle corde sul ring, eretti, audaci, cuciti a noi stessi, ognuno è feroce più che può; siamo obbedienti. Mettiamoci a fuoco: in mezzo c’è spazio e più scaltro è il tempo a non perdere tempo in finte, controfinte. Puntiamo al centro, forse non per attrazione, ma soffiami intanto il tuo nome all’orecchio: basta, non serve altro. Poi è un ritorno al perimetro, fine del round, di nuovo ognuno all’angolo. Eccola girata, la nostra scena madre.